Un’esperienza che viene ricordata a lungo, diventa fonte di ansia, rende conflittuale il percorso diagnostico e terapeutico in ospedale e la relazione tra bambino, famiglia, malattia e ambiente ospedaliero.

Il bambino con malattie croniche e complesse affronta oggi un iter di procedure diagnostiche e terapeutiche lungo e spesso invasivo che non può prescindere da una oculata gestione e dal trattamento del dolore, con mezzi farmacologici e no. In alcuni ambiti vigono ancora credenze e miti quali quelli che il bambino o il neonato non sentono dolore. Oggi sappiamo che non solo il neonato, ma anche il pretermine sente e prova dolore, sebbene spesso non abbia ancora gli strumenti per manifestarlo appieno e lo faccia solo con segni aspecifici quali le modificazioni della frequenza cardiaca o respiratoria. Sappiamo anche che l’esperienza intensa e prolungata del dolore è in grado di modificare non solo i comportamenti del neonato e del bambino, ma anche il suo percorso di evoluzione neuropsichica e comportamentale.

Sebbene le malattie oncologiche siano quelle in cui è più diffusa e standardizzata la valutazione del dolore, effettuata con scale e sistemi analogici integrati e differenziati per l’età del bambino, pediatri ed infermieri pediatrici che operano in tutte le unità operative mediche e chirurgiche hanno oggi sempre di più confidenza con questi sistemi e con gli interventi di supporto per alleviare dolore e sofferenze. Tra i mezzi non farmacologici, nei neonati o nei lattanti è comune l’impego della saccarosio-analgesia o della suzione non nutritiva, di pratiche quali il contenimento o le manipolazioni, il contatto con la madre e il rispetto dei ritmi biologici; nei bambini più grandi musicoterapia o clown-terapia e meccanismi interattivi di persuasione e di confronto. L’armamentario farmacologico è ormai esteso e comprende anche farmaci quale il fentanyl che ha modificato sul piano della efficacia e della sicurezza l’approccio al dolore nei casi di maggior impatto clinico e assistenziale.

Piani di intervento quale quello sul dolore prevedono una integrazione multidisciplinare e multiprofessionale, l’intervento cioè non solo di medici con competenze diverse, pediatriche ed anestesiologiche in primo luogo,  ma anche di figure professionali diverse quali l’infermiere, lo psicologo, gli operatori del volontariato. Anche la comunicazione con la famiglia si avvantaggia di una buona gestione del dolore del bambino, con netti vantaggi in termini di accettazione della malattia e di protocolli diagnostico-terapeutici spesso lunghi e accidentati.

Esistono bambini inguaribili, ma non esistono bambini incurabili: ogni bambino ha diritto al massimo della attenzione e delle cure nel rispetto della sua globalità come persona sempre, in ogni occasione. E così anche la sua famiglia, i genitori e i fratelli in prima linea, che vivono spesso le stesse emozioni, le stesse ansie e le stesse paure del bambino malato, perché dietro ad ogni bambino inguaribile vi è una famiglia inguaribile in cui le cicatrici di quella malattia, genetica, neurologica o oncologica non saranno mai del tutto rimarginate.

Giovanni Corsello
Vicepresidente SIP

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Un commento

  1. margherita.locurto scrive:

    L’articolo mette in evidenza quanto la attenzione al sintomo “dolore” sia rilevante al fine di ottimizzare nei bambini, la cura di patologie di vario tipo e gravità. In questi ultimi anni, l’argomento è stato oggetto di grande attenzione da parte dei Pediatri e molto si è fatto per il controllo del Dolore in Pediatria; tuttavia ancora resta molto da fare, in particolare riguardo alla sensibilizzazione al problema “dolore”, da parte di molti medici, infermieri, assistenti sociali, genitori ed, in generale, di tutti coloro che si prendono cura di bambini: come viene affermato nell’articolo, “tutti i bambini sono curabili”

    Margherita Lo Curto

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