Nuove mode rischiose: la “Lotus Birth”

di Mario De Curtis

Ordinario di Pediatria, Università “Sapienza”, Roma

Direttore UOC di Neonatologia, Patologia e Terapia Intensiva Neonatale

Policlinico Umberto I, Roma

 

La “Lotus Birth” è una modalità di parto caratterizzata dalla mancata recisione alla nascita del cordone ombelicale con la conseguenza che la placenta e gli annessi fetali rimangono attaccati al neonato anche dopo il secondamento.

La separazione del neonato dalla placenta, se non viene reciso il cordone ombelicale, avviene generalmente dopo 3-10 giorni quando il cordone si secca e si distacca spontaneamente dall’ombelico. In questo periodo la placenta, trasportata sempre con il neonato, viene conservata in un sacchetto o in una bacinella e a volte viene cosparsa con sale grosso per favorirne l’essiccamento e con qualche goccia di olio profumato per mascherarne il cattivo odore.

Il nome deriva da Clair Lotus Day, infermiera californiana, che al momento della nascita di suo figlio, nel 1974, chiese di non recidere il cordone, inaugurando così questa pratica che si è diffusa da allora in vari Paesi.

I fautori di questa procedura ritengono che con la “Lotus Birth” il distacco avviene quando bambino e placenta hanno realmente concluso il loro rapporto e decidono sia giunto il momento della separazione. Ritengono che questo costituisca un modo più dolce, sensibile e rispettoso di nascere.

Questa procedura inizia ad essere richiesta da alcune donne anche nel nostro Paese.

A parte le motivazioni ideologiche e mistiche di discutibile condivisione, va in modo chiaro sottolineato che al momento non esiste alcuna ricerca che abbia dimostrato un possibile beneficio.

I vantaggi ipotizzati con la “Lotus birth” di maggiore passaggio di sangue dalla placenta al neonato vengono meno dopo i primi minuti quando il cordone cessa di pulsare, mentre elevato può essere il rischio di infezione

Il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists del Regno Unito ritiene che la placenta, poco dopo la nascita, diviene un tessuto morto ed è particolarmente suscettibile di andare incontro ad un’infezione che può diffondersi al neonato.

È stato segnalato recentemente un caso a Modena di un nato a termine a casa da parto spontaneo che, su richiesta dei genitori, non ha avuto il cordone clampato e tagliato. La placenta è stata mantenuta collegata al bambino per tre giorni in un sacchetto. Questo neonato ha sviluppato a 25 giorni un’epatite che è stata associata alla “Lotus Birth”.

Alcuni importanti ospedali italiani, ai quali era stata fatta richiesta di effettuare il parto con la “Lotus birth”, hanno concluso che questa procedura non può essere praticata perché non consente il rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti e perché il rischio infettivo è reale. Inoltre questa procedura non è compresa in nessuna linea guida ministeriale e come tale non è riconosciuta.

In base a quanto indicato, per la mancanza di evidenze scientifiche di un vantaggio per mamma e neonato, per i pericoli fondati di infezione, per le norme amministrative in vigore, la SIN esclude la possibilità di effettuare la “Lotus birth”.

Se questa procedura venisse in ogni caso effettuata, per esempio a casa, la SIN raccomanda un attento e stretto controllo del neonato per identificare precocemente segni clinici di una possibile infezione.

 

PubMed

www.lotusbirth.it

www.rcog.org.uk/en/news/rcog-statement-on-umbilical-non-severance-or-lotus-birth

Tricarico A, Bianco V, Di Biase AR, et al. Lotus Birth associated with idiopathic neonatal hepatitis. Pediatr Neonatol 2016;pii: S1875-9572(16) 30075-4.