Ruolo dell’idrossiclorochina nella malattia pediatrica da COVID-19

Dott. Flavio Quarantiello1, Dott.ssa Maria Laura Pennacchio2, Dott. Alfredo Diana2

1U.O.C. Pediatria e Adolescentologia AORN San Pio – Benevento

2Specializzandi in Pediatria A.O.U. “Federico II” – Napoli

Numerosi trial clinici hanno valutato l’efficacia dell’idrossiclorochina come antivirale: il farmaco ha dimostrato di essere efficace contro SARS-CoV-1, diversi coronavirus stagionali e contro la MERS, per cui il suo utilizzo è stato proposto e studiato anche durante la pandemia attuale causata da SARS-CoV-2. Considerata la situazione emergenziale in cui ci si è improvvisamente ritrovati, si è passati direttamente e rapidamente dalla sperimentazione in vitro all’utilizzo sull’uomo, bypassando la sperimentazione animale.

Ad oggi si ritiene che il SARS-CoV-2 entri nelle cellule legandosi al recettore dell’enzima ACE-2 e che l’idrossiclorochina ne possa inibire l’internalizzazione mediata dal recettore stesso; l’effetto sui fagosomi, inoltre, aumenterebbe il pH dei compartimenti intracellulari determinando alterazioni nella degradazione, endocitosi ed esocitosi: tutte funzioni vitali per l’infezione, la replicazione e la propagazione virale.

A partire da queste premesse, abbiamo cercato di valutare il reale ruolo dell’idrossiclorochina nella terapia dell’infezione da SARS-CoV-2.

Diversi studi hanno proposto come efficace questo farmaco nel trattamento dell’infezione da SARS-CoV-2 che è stato quindi progressivamente introdotto nei protocolli terapeutici di tutto il mondo, compresa l’Italia. Tale molecola è stata proposta, oltre che come trattamento della fase acuta di malattia, anche come possibile terapia profilattica pre e post esposizione al SARS-CoV-2; i risultati preliminari pubblicati sembravano promettenti, tuttavia la gran parte di questi è stata poi smentita.

Studi osservazionali hanno cercato di valutare l’efficacia dell’idrossiclorochina e della sua associazione con azitromicina ma la mancanza di benefici osservati, associata alla mortalità intra-ospedaliera, pur correggendo i dati per patologie preesistenti e per gravità della malattia all’ingresso in reparto, ha scardinato l’idrossiclorochina dal ruolo di farmaco chiave della terapia per il SARS-CoV-2.

I tre più grandi studi attualmente in corso che abbiano valutato l’efficacia dell’idrossiclorochina (RECOVERY, ORCHID, SOLIDARITY) non hanno dimostrato beneficio né nell’ambito della mortalità intraospedaliera, né nella durata dell’ospedalizzazione e neanche nel miglioramento della sintomatologia.

Ad oggi, i dati sul trattamento nei bambini con COVID-19 sono limitati a studi retrospettivi. In ambito pediatrico, inoltre, vi è stata difficoltà nel definire i dosaggi corretti ed i tempi di somministrazione del farmaco. Lo schema terapeutico è stato quindi rielaborato, come del resto accade spesso in pediatria, a partire dalla posologia utilizzata negli adulti e normalizzata per la superficie corporea del bambino (tabella 1). L’uso di farmaci nel trattamento dell’infezione da SARS-CoV-2 in età pediatrica è evenienza rara.

Attualmente è in corso un trial clinico spagnolo, i cui Autori in una lettera all’editore pubblicata su Pediatric Intensive Care Medicine, hanno presentato i risultati preliminari estrapolati dal registro nazionale multicentrico dei casi di infezione da SARS-CoV-2 in età pediatrica (< 18 anni) che hanno richiesto terapia intensiva. In questo studio, supportato dalla Società Spagnola di Terapia Intensiva Pediatrica con la partecipazione di 47 Unità di Terapia Intensiva Pediatrica, iniziato a marzo 2020,  in 29 pazienti è stata utilizzata l’idrossiclorochina senza tuttavia che sia stata dimostrata una reale efficacia del farmaco; restiamo però in attesa dei risultati conclusivi.

I dati finora pubblicati, quindi, non sembrano supportare, al momento, l’idrossiclorochina come farmaco per la terapia e/o profilassi dell’infezione da SARS-CoV-2 in età pediatrica.

Attualmente, nessun farmaco ha dimostrato una efficacia clinica significativa o ha dimostrato di migliorare il decorso dell’infezione acuta grave da SARS-CoV-2. L’iter terapeutico nella malattia COVID-19 per ora prevede di utilizzare la terapia di supporto, avendo a disposizione in specifici e selezionati casi farmaci particolari, quali il desametasone, remdesevir, tolicizumab, antitrombotici e plasma dei guariti. Il processo decisionale relativo al trattamento dovrebbe valutare rischi e benefici per il singolo paziente, tenendo conto di fattori quali gravità della malattia, rischio di aggravamento ulteriore dovuto a comorbidità pre-esistenti, target clinico e controindicazioni e interazioni di ogni singolo farmaco.