Covid, Rezza: “Non esiste seconda ondata, la prima non si è conclusa”

L'intervento del Direttore generale della Prevenzione presso il Ministero della Salute al Congresso SIP

“Qualcuno dice che abbiamo avuto una prima ondata epidemica, una seconda e potremmo averne una terza. In verità non c’è stata alcuna ondata portata a termine”. Usa parole chiare Giovanni Rezza, Direttore generale della Prevenzione presso il Ministero della Salute, per descrivere la situazione attuale della pandemia da Sars-Cov-2. Intervenuto con una lectio magistralis al Congresso straordinario digitale della Società Italiana di Pediatria (SIP), l’epidemiologo precisa, a proposito di quella che è stata definita la prima ondata, che non è stata registrata “un’alta percentuale di popolazione immune”, necessaria per il raggiungimento del picco e poi per l’esaurimento della prima ondata. “Noi- chiarisce- abbiamo abbattuto l’altezza della prima ondata con dure misure di lockdown, siamo stati i primi in Europa a doverle implementare. Dopodiché- ricorda il dirigente del ministero della Salute- il rilassamento di alcune misure ha comportato la ripresa della (stessa, ndr) ondata epidemica, che noi definiamo seconda ondata”.

Con le nuove misure restrittive, spiega ancora Rezza guardando alla situazione attuale, “stiamo assistendo ad una diminuzione dei casi. Quindi questa onda la stiamo tenendo più bassa, ma se rilassassimo nuovamente le misure vedremmo di nuovo crescere l’onda epidemica”. In quel caso, quindi, non si tratterebbe di una terza ondata, “ma semplicemente della ripresa di un’ondata che è stata in qualche modo tenuta più bassa”.

Cosa bisognerà fare allora nei prossimi mesi? “Sappiamo che ci sono delle buone notizie sui vaccini anti Covid-19 e che, probabilmente, cominceranno ad arrivare all’inizio dell’anno, ma ne arriveranno poche dosi all’inizio. Quindi- avverte l’epidemiologo- bisognerà fare delle scelte per priorità. Dopodiché arriveranno sempre più vaccini”. Una prospettiva che, ammette l’esperto, “ci fa vedere una luce in fondo al tunnel, ci dà una speranza”. Una speranza che renderà “più facile sopportare i sacrifici che tutti siamo costretti a fare per permettere che non ci sia un andamento naturale dell’epidemia ma, al contrario, per far sì che l’epidemia venga controllata e che la velocità di circolazione del virus sia tenuta il più bassa possibile in modo tale- conclude- da evitare le drammatiche note conseguenze”.