Covid. Scotti: “Il 50% dei medici è deceduto in ambito territoriale”

La Lezione Magistrale del Segretario generale FIMMG al Congresso straordinario SIP

L’ambito territoriale ha rappresentato, nell’incidenza dei medici deceduti per Covid, “quasi il 50% del totale. Ci sono voluti tre mesi per determinare in forma di legge che anche i medici con rapporto convenzionale (quelli di medicina generale e i pediatri) fossero forniti dei dispositivi di protezione individuale. Questo, sebbene formalmente si era creata una situazione in cui il principale attore della chiamata iniziale del paziente doveva essere proprio il medico delle cure primarie o il pediatra di libera scelta o ancora, nell’orario notturno o festivo, il medico di continuità assistenziale”. È duro Silvestro Scotti, segretario generale della FIMMG (Federazione Italiana Medici di Famiglia), intervenendo con una lezione magistrale al congresso straordinario della Società Italiana di Pediatria (SIP).

“A latere della pandemia non dobbiamo dimenticare che la popolazione italiana si stia pian piano spostando verso blocchi massivi di età compresi tra i 45 e 60 anni- ricorda Scotti- mentre fino a qualche decennio fa si parlava di una popolazione tra i 20 e i 30 anni. Bisogna trovare risposte importanti, la vision è quella di evolvere da una medicina di attesa ad una medicina di iniziativa”.

La FIMMG da anni fa sentire la sua voce: “Come organizzazione sosteniamo che il medico da solo, quindi singolo, non ce la può più fare a gestire questo carico di lavoro e continuiamo a parlare della possibilità che si vengano a creare i cosidetti microteam: microunità composte da un medico, un collaboratore e un infermiere che si succedano nell’arco della giornata”.

“Due microteam permetterebbero di avere un’offerta assistenziale praticamente continuativa- precisa il Segretario generale della FIMMG- con connessione tra due medici o due pediatri di libera scelta. Significherebbe permettere una continuità in presenza all’interno della stessa struttura, di un contatto medico o di un contatto con un collaboratore o infermiere che in qualche modo rispondano alla diversità delle esigenze: dalla richiesta di una ricetta, alla valutazione di una serie di parametri quali la pressione, il peso, gli stili di vita, fino alla specificità di un intervento medico”. Più microteam potrebbero di fatto “arricchire l’offerta con una diagnostica di primo livello, la gestione proattiva e la gestione del Pdta (Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali)”.

Le forme organizzative monoprofessionali potrebbero a loro volta “essere coinvolte in un’unità complessa di Cure Primarie/case della salute come forme organizzative multiprofessionali. Il processo nella sua integrazione non cambierebbe molto dall’attuale situazione- aggiunge lo specialista- ma permetterebbe al primo livello la maggiore offerta in prossimità, che si potenzia invece con i modelli organizzativi”. Infine, Scotti suggerisce un passo in avanti anche rispetto alla dotazione tecnologica: “Durante il periodo Covid si è reso abbastanza evidente come sarebbe stato utilissimo poter avere ecografi, elettrocardiografi ed altre attività di diagnosi di laboratorio- conclude- per ridurre la pressione sulla zona distretto e sulla zona ospedale”.