Covid-19 e sindrome di Down: sintomatologia, complicanze, raccomandazioni

Diletta Valentini, responsabile del Centro dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dedicato alla sindrome, commenta i dati del sondaggio promosso da T21 Research Society

“La sintomatologia da Covid-19 più frequente nelle persone con sindrome di Down è la stessa che si ritrova nella popolazione generale: febbre, tosse e difficoltà respiratoria. Ma ci sono alcuni sintomi come l’alterazione dello stato di coscienza e la confusione che nei pazienti con trisomia 21 sono riportati più frequentemente. Viceversa sembrano essere meno frequenti dolori articolari o muscolari, nausea e vomito. Ma c’è da dire che questi sintomi possono essere più difficili da riconoscere nelle persone con trisomia 21 perché sono disturbi che devono essere auto-riferiti”. A spiegarlo è Diletta Valentini, responsabile del Centro sindrome di Down dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, commentando i dati di un sondaggio promosso da T21 Research Society, una società internazionale di ricercatori che ha voluto indagare l’impatto della malattia da Covid-19 sulle persone con sindrome di Down. La ricerca, ancora in atto, ha riguardato in tutto sette Paesi, tra cui l’Italia. Fino ad oggi sono state coinvolte 801 persone (422 ospedalizzate), di queste il 60% è guarito mentre circa il 14% è deceduto. I dati di questa ricerca sono stati poi confrontati con quelli di un sondaggio inglese su pazienti senza sindrome di Down ricoverati per Covid-19 al fine di andare a confrontare il rischio di mortalità e la presenza di segni e sintomi specifici.

COMPLICANZE E MORTALITA’- Nelle persone con trisomia 21 “le complicanze più frequenti, rispetto alla popolazione generale, sono quelle a carico dei polmoni come la polmonite virale e batterica e la sindrome respiratoria acuta- spiega Valentini- mentre per quanto riguarda complicanze cardiache, problemi a carico dell’apparato renale e l’anemia, la frequenza è simile a quella dei pazienti senza sindrome di Down”. Per quanto riguarda la mortalità “i pazienti con trisomia 21 di 40 anni hanno un rischio di morte simile a quello dei pazienti senza sindrome di Down di 80 anni e oltre- sottolinea l’esperta- quindi significativamente più elevata rispetto alla popolazione generale”. La ricerca mette anche in evidenza, però, che attualmente l’aspettativa di vita per le persone con trisomia 21 è di 60 anni, mentre nella popolazione generale la maggior parte dei decessi per Covid-19 si verifica in persone al di sopra degli 80 anni, dunque questo rende difficile confrontare il rischio globale di mortalità legata al virus nelle persone con e senza sindrome di Down.

POPOLAZIONE PEDIATRICA – “I dati che al momento abbiamo a disposizione sui bambini sono veramente pochi- precisa Valentini- i decessi in età pediatrica registrati dalla ricerca sono stati solo quattro: due bambini di origine brasiliana e due di origine indiana, in tutti i casi con molte patologie associate. Quindi-spiega- non possiamo confermare che ci sia un fattore di rischio più elevato di esito grave del Covid-19 nella popolazione pediatrica con sindrome di Down, per ora i dati ci fanno pensare che anche i bambini con trisomia 21 siano interessati da forme meno gravi della malattia”.

RACCOMANDAZIONI – L’esperta sottolinea poi come in un’ottica di prevenzione “siano fortemente raccomandate le vaccinazioni antinfluenzale e antipneumococcica proprio perché, come detto, le complicanze più frequenti sono a carico dei polmoni”. Inoltre “in un ambito di strategia di stabilire le priorità per il vaccino anti-Covid, le persone con trisomia 21 di età uguale o superiore a 40 anni e i bambini con patologie associate sono da considerare categorie a rischio in cui la vaccinazione dovrà essere una priorità rispetto ad altre categorie”, conclude Valentini.