Covid. Vaccini, l’immunologa: “Funzionano tutti ma farli in fretta”

Carsetti: "Ora anche una dose come in Gran Bretagna, poi fare il richiamo"

A due mesi dall’inizio della campagna vaccinale contro il Covid-19 in Italia ed in Europa restano aperti dubbi e domande. Basta una dose o ne servono due? Funzionano tutti i vaccini o alcuni sono migliori di altri? E cosa accade se un soggetto che ha ricevuto due dosi di vaccino contro il Covid-19 risulta positivo alle IgM nella titolazione anticorpale dopo 14 giorni dalla seconda dose? Dal punto di vista immunologico dovrebbe essere interpretato come una positività all’infezione da coronavirus? A fare un po’ di chiarezza è Rita Carsetti, immunologa dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù (OPBG): “Prima di tutto bisogna capire di quali IgM si tratta- risponde subito- perché se sono IgM contro la proteina spike, in realtà potrebbero rappresentare una semplice risposta al vaccino. Tutte le volte che rispondiamo sia a un’infezione che a un vaccino facciamo prima le IgM e poi le IgG”.

La cinetica con cui le IgM diminuiscono e le IgG salgono non è uguale per tutti: “Parlando di anticorpi contro la proteina spike, o contro il receptor binding domain (RBD), potrebbe trattarsi semplicemente di una risposta al vaccino e probabilmente questo tempo trascorso dal vaccino, insieme alle IgM, permetterà la produzione anche delle IgG. La cosa di cui dobbiamo preoccuparci invece- avvisa l’immunologa- è se abbiamo gli anticorpi contro la nucleoproteina. Nei primi test fatti per capire la sieroprevalenza, ovvero quante persone erano infettate, quello che vedevamo erano gli anticorpi contro la nucleoproteina, un pezzo del virus che non è presente nel vaccino. Quindi, se ho IgM contro la nucleoproteina potrei avere un’infezione recente e dovrò fare un tampone naso-faringeo molecolare per confermare o escludere la presenza del virus nelle mie vie aeree e la mia potenziale capacità di trasmissione dell’infezione. Se avrò le IgG contro la nucleoproteina, l’infezione è avvenuta in precedenza. In questo caso non sappiamo se il vaccino sia completamente protettivo- spiega ancora la studiosa- nel senso che non ci ammaleremo, però non saremo mai completamente sicuri di non poter avere un po’ di virus nelle nostre vie respiratorie superiori. Tuttavia, finora sappiamo che i contagi sono diminuiti tantissimo. Tra i nostri operatori sanitari dell’OPBG, esposti al contagio e tutti vaccinati, non abbiamo più trovato positività nei tamponi di controllo che continuiamo a fare regolarmente”, assicura Carsetti.

 Cosa accade invece agli operatori che sono risultati positivi al virus dopo una doppia dose vaccinale? “In questi operatori sanitari in realtà è stata rilevata una bassissima carica virale. Il virus non si poteva isolare dal tampone- chiosa l’immunologa- il che vuol dire che la carica virale è così bassa che comunque non sarebbe stato possibile per l’operatore trasmetterlo. Abbiamo ancora pochi casi studiati e pochi esempi, quindi al momento siamo ottimisti. Il vaccino funziona molto bene contro il virus- rimarca la specialista- in realtà tutti i vaccini, e non solo uno”.

Il soggetto con un’infezione pregressa da Covid-19 quando e con quante dosi dovrebbe essere vaccinato? “Non c’è ancora un consenso su questo, tutto il mondo sta studiando cosa fare. Per ora la scelta più condivisa è fare una sola dose di vaccino. Abbiamo visto che nei nostri operatori sanitari che avevano avuto il covid prima e avevano fatto gli anticorpi- fa sapere Carsetti- una dose sola ha funzionato benissimo”. Questo perché se non si ha mai avuto il virus occorrerebbero due dosi per avere una risposta immunitaria stabile: “L’infezione una volta sola non interessa la memoria immunologica del sistema immunitario, mentre se accade due volte- precisa l’immunologa- quel patogeno è persistente e crea nel nostro sistema immunitario la memoria immunologica. Per questo i vaccini hanno bisogno di un richiamo, ma se ho avuto l’infezione già quello è stato un primo incontro e una dose di vaccino rappresenterebbe quindi il richiamo. Ecco perché probabilmente potremmo dire che basterebbe una dose. Adesso è da studiare quanto durerà la memoria immunologica dopo una sola dose in coloro che hanno avuto il virus, e dopo due dosi in quanti verranno vaccinati. Non possiamo sapere se durerà un anno, due anni o tutta la vita”.

Sugli asintomatici con una bassa carica virale una sola dose di vaccino sarebbe sufficiente?  “Non lo sappiamo, lo stiamo studiando- replica Carsetti- gli asintomatici potrebbero non avere avuto veramente una risposta immunitaria. Si potrebbero comportare come un soggetto che non ha mai avuto l’infezione, poiché il loro sistema immunitario è stato coinvolto nell’infezione molto superficialmente, come tutto il resto del loro corpo. Al momento valutiamo la risposta immunitaria sia dopo la prima che la seconda dose. Stiamo vedendo che anche in chi si è vaccinato per la prima volta, senza aver mai avuto la malattia, c’è una certa protezione anticorpale”. Ora sotto la lente di ingrandimento c’è proprio la memoria immunologica e “sicuramente per chi non ha mai avuto l’infezione due dosi sono meglio. La tecnica che sta usando la Gran Bretagna di ‘una dose sola che comunque darà una certa protezione’ potrebbe essere una soluzione anche da noi. Sarebbe meglio vaccinare tutti una volta e poi richiamare la vaccinazione successivamente. Ci dobbiamo sbrigare- ribadisce- abbiamo fretta”.

 Se un soggetto è stato vaccinato alla prima dose e nell’intervallo tra le due dosi risulta essere positivo al tampone per la rilevazione del Covid-19, cosa deve fare? “Abbiamo avuto degli operatori sanitari risultati positivi al tampone entro il 14esimo giorno dalla prima dose. Sono stati tutti asintomatici, non hanno contagiato nessuno e abbiamo continuato la vaccinazione normalmente. Gli anticorpi fatti e la protezione dopo una dose evitano la malattia sintomatica”, conferma l’esperta.

La seconda dose dopo quanti giorni va fatta?  “Per rispondere a questa domanda servirebbero trials clinici. Se la malattia è completamente asintomatica in realtà non funge da richiamo.”

Questi vaccini funzionano contro le varianti? “È stato dimostrato che i vaccini Pfizer, Moderna e Astrazeneca sono abbastanza efficaci contro le varianti. Assumiamo sempre che il vaccino faccia solo anticorpi super specifici. Verissimo, però in realtà crea anche un pool di cellule della memoria che non sono tutte uguali, non sono tutte super specifiche. Una parte è un po’ meno specifica e quella parte riesce ad adattarsi alle varianti. In realtà- prosegue l’immunologa del Bambino Gesù-si fa un anticorpo efficacissimo contro il virus selvaggio e un po’ meno efficace contro il virus variante, la spike variante, però le cellule della memoria sono capaci di adattarsi perché modificano continuamente il loro anticorpo. Sono cellule vive che possono modificarsi, non sono come l’anticorpo monoclonale”. Gli anticorpi monoclonali che sono stati efficacissimi contro il virus, per Trump ad esempio, “non sono stati altrettanto efficaci contro le varianti”. La causa sarebbe da rintracciare nella loro immodificabilità: “Sono come una medicina che non varia. Invece nel nostro corpo c’è un’adattabilità delle cellule della memoria alle varianti proprio come succede per l’influenza e altri virus”. Carsetti si dice ottimista: “Siccome questi nuovi vaccini a mRNA sono così flessibili e si possono fare  velocemente, capitasse una variante molto diversa si potrebbe anche realizzare un nuovo vaccino. Per ora non c’è evidenza che nessuna di queste varianti sia così complessa da non riuscire a proteggerci. Sono già stati isolati casi di persone vaccinate che avevano la variante, forse quella inglese e sudafricana- ricorda la specialista- e queste persone avevano una carica virale talmente bassa che non l’avrebbero potuta trasmettere. Una certa efficacia c’è. A Siena si stanno poi creando dei cocktail di anticorpi monoclonali efficaci anche contro le varianti- aggiunge- perché non se ne può scegliere uno solo contro la malattia selvaggia, bisogna essere più flessibili”.

Sono tante ancora le questioni ancora aperte nell’ambito delle risposte vaccinali al Covid-19: “Non sappiamo se una persona anziana vaccinata e con altre malattie pregresse svilupperà una risposta immunitaria come una persona giovane. Non sappiamo nemmeno quale sarà il vaccino giusto per i bambini”. Le sperimentazioni nei minorenni sono in fieri sia con Pfizer che con Moderna: “Sicuramente è finita quella per i minorenni dai 12 anni in su. Dai risultati preliminari sembra che il vaccino funzioni bene. Lo studio di Pfizer dovrebbe essere finito e avere risultati promettenti, ovviamente bisognerà sperimentare tutti i vaccini per classi d’età, così come occorrerà sperimentare i vaccini nelle donne incinta”.

Questi nuovi vaccini sono molto diversi da quelli che precedentemente sono stati usati in Europa. “Abbiamo vaccini a mRNA e vaccini basati su adenovirus. Tutti i vaccini che abbiamo usato fino adesso erano basati su parti di virus uccisi, su virus attenuati o su proteine- spiega l’esperta- è la prima volta che sperimentiamo questi vaccini. Sembrano anche essere molto più efficaci di quanto mai avremmo potuto immaginare. La maggioranza del mondo scientifico era piuttosto scettica, abbiamo sempre fatto vaccini con proteine o con proteine e adiuvante. Pensiamo ad esempio che il vaccino contro l’herpes zoster contiene un adiuvante che stimola ancora di più il sistema immunitario, perché pensato proprio per le persone anziane”. L’adiuvante è utile, ma “i vaccini anti covid-19 in realtà non contengono un adiuvante e danno risposte incredibili. C’è quindi una chance che funzionino anche negli anziani, ma bisogna valutare. In Israele si è ridotta la circolazione virale e ci sono meno casi. Qui da noi abbiamo vaccinato troppe poche persone”.

I vaccini contro il covid-19 funzionano tutti? “Sono tutti molto simili in realtà, anche i vaccini basati su adenovirus come l’Astrazeneca usato in Gran Bretagna, e stanno riducendo la circolazione virale. Siamo in una situazione in cui bisogna usare qualunque vaccino- evidenzia Carsetti- perché dobbiamo fermare la pandemia. Successivamente vedremo quanto durerà l’immunità. Sappiamo però che tutti proteggono sul momento”. Lo Sputnik è fatto con adenovirus e contiene l’informazione per la proteina spike. Lo stesso accade con il vaccino Reithera, fatto con adenovirus e la proteina spike. “Ci saranno infine anche i vaccini classici (in studio ora con Sanofi e anche Novavax), ma sono più difficili da fare dato che bisogna produrre tanta proteina e tanto adiuvante- conclude- gli altri sono stati più veloci”.