Per un Dante “pediatrico”: neonati e bambini nella Divina Commedia

I numerosi riferimenti all’infanzia nei tre cantici rivelano un Sommo Poeta attento e sensibile alla salute e al benessere dei piccoli

Il 25 marzo ricorre il Dantedì, la Giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri. La SIP lo celebra con questo contributo del professor Giovanni Corsello su neonati e bambini nella Divina Commedia tratto dal Magazine Pediatria

di Giovanni Corsello, Professore Ordinario di Pediatria Università di Palermo

Articolo pubblicato su Pediatria – numero 1-2–gennaio-febbraio 2021 – pag. 24-25

Nel 2021 ricorre il settecentesimo anniversario della scomparsa di Dante Alighieri, la cui Comedia è a buon diritto considerata il fondamento della lingua e della cultura italiana. Cento canti, distribuiti in tre cantiche allegoriche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), in cui si ritrovano valori ed emozioni, sentimenti e ideali, nozioni scientifiche e invettive politiche, ricostruzioni storiche e riferimenti mitologici, ispirazioni filosofiche e religiose. Nella Divina Commedia, come la definì Giovanni Boccaccio, è riassunta la vita tumultuosa, con i suoi ideali e la sua visione, di un grande Uomo del suo tempo che è riuscito a interpretare e trasmettere nei secoli valori universali ed eterni. Tra i numerosi temi che in versione poetica ritroviamo nelle terzine di endecasillabi che compongono il poema, non mancano i riferimenti all’infanzia. Dante, uomo politico dal carattere brusco e difficile, come ci viene proposto dai suoi contemporanei e dai suoi componimenti, era dotato di una sensibilità straordinaria. Lo ritroviamo spesso in uno stato d’animo di ammirazione di fronte ai misteri della natura e del cosmo e agli eventi fausti della vita, tra i quali rientravano anche la nascita e l’infanzia. Viaggiando attraverso i versi che compongono la Divina Commedia, si colgono numerosi riferimenti alla vita dei bambini, che sono definiti a volte fanciulli e a volte fanti o fantolini quando si riferiva a neonati o lattanti. In più occasioni emerge una consapevolezza delle peculiarità dell’infanzia rispetto alle altre fasi della vita. Una maniera di porgersi e di pensare che appare moderna e sicuramente avanzata, considerando il secolo in cui viveva, in cui si coglie anche un riconoscimento del diritto dei bambini a crescere in salute, benessere e serenità.

Rea la scelse già per cuna fida del suo figliolo, e per celarlo meglio, quando piangea, vi facea far le grida.

Inferno, XIV: 100-102

Rea, o Cibele, è la sposa di Saturno e madre di Giove, Nettuno e Plutone. Per evitare che Saturno divorasse Giove dopo la sua nascita, Rea gli scelse come culla una montagna lontana denominata Ida. Lì lo nascose in una grotta, ordinando ai suoi seguaci di far molto rumore quando il neonato piangeva per evitare che si potesse sentire. La scena mitologica descritta è ispirata alla vita reale e il pianto del neonato viene considerato come un segno di vitalità.

La cara e buona immagine paterna di voi quando nel mondo ad ora ad ora m’insegnavate come l’uom s’etterna.

Inferno, XV: 82-85

Sono alcuni tra i versi più noti dell’Inferno dantesco. Il poeta ricorda Sir Brunetto Latini, uomo di lettere dedito all’educazione dei giovani, notaio e uomo politico di parte guelfa a Firenze, che era stato suo maestro. Lo ricorda con affetto, gratitudine e devozione filiale. Gli riconosce il merito di avere trasmesso ai suoi discepoli valori eterni e universali. Un inno alla scuola e all’istruzione, diritto di grande attualità anche ai nostri giorni, messo a dura prova e a repentaglio dal dilagare di povertà, disagio sociale e disuguaglianze.

Lo duca mio di subito mi prese, come la madre ch’al rumore è desta e vede presso a sé le fiamme accese, che prende il figlio e fugge e non s’arresta, avendo più di lui che di sé cura, tanto che solo una camicia vesta;

Inferno, XXIII: 37-42

Dante in una delle bolge infernali viene salvato da Virgilio con un’azione fulminea la cui rapidità è paragonata a quella di una madre che, svegliatasi nel cuore della notte per un incendio in casa, prende al volo il figlio e fugge quasi nuda pur di salvarlo, senza pensare ad altro neppure a vestirsi. In pochi versi, con una maestria scenografica, quasi teatrale, sono effigiati l’amore materno, la protezione e la difesa dei figli da parte della madre, che sono sentimenti più forti di qualsiasi altra cosa

piangean elli; e Anselmuccio mio disse: «Tu guardi sì, padre! che hai?»

Inferno, XXXIII: 50-51

Gaddo mi si gettò disteso a’ piedi, dicendo: «Padre mio, chè non m’aiuti?»

Inferno, XXXIII: 68-69

Una scena che prelude alla tragedia finale del Conte Ugolino e dei suoi figli rinchiusi nella torre pisana per ordine dell’Arcivescovo Ruggieri. Il pianto, il figlio chiamato con un diminutivo colmo d’affetto, le domande angosciate al padre per il suo sguardo atterrito e per la sua impotenza. Una scena drammatica in cui pathos, disperazione, odio inestinguibile per il nemico feroce che si sta macchiando di un crimine così grande sono tutti rappresentati in pochi indimenticabili versi. La tragedia resta nello sfondo, evocata dalla potenza espressiva del dialogo drammatico tra il padre e i figli.

dell’Eneide dico, la qual mamma fummi e fummi nutrice poetando

Purgatorio, XXI: 97-98

Il concetto di madre e di nutrice è declinato in chiave letteraria. L’Eneide fu per Dante fonte di ispirazione e di guida alla poesia, il cui valore può essere paragonato a quello del latte materno per un bambino

Quasi bramosi fantolini e vani, che pregano e ‘l pregato non risponde, ma, per fare essere ben la voglia acuta, tien alto lor disio e nol nasconde.

Purgatorio, XXIV: 108-111

Come fanciulli avidi e sprovveduti, che pregano e nessuno li accontenta, con l’oggetto del loro desiderio tenuto bene in mostra per mantenerlo vivo e dare maggior valore alla conquista. Similitudine usata per descrivere una schiera di anime purganti che si accalcano sotto le fronde alte di un melo per cercare di raccoglierne i frutti.

Così la madre al figlio par superba, com’ella parve a me: perché d’amaro sent’il sapore della pietade acerba.

Purgatorio, XXX: 79-81

Beatrice appare a Dante come la madre sembra severa al figlio, quando sente il sapore amaro dell’affetto materno mentre lo rimprovera a fin di bene. Uno squarcio sulla relazione genitore-figlio nel Medioevo, con aspetti relazionali di grande attualità.

Quali i fanciulli, vergognando, muti con li occhi a terra stannosi, ascoltando e se riconoscendo e ripentuti,

Purgatorio, XXXI: 64-66

Dante stava come stanno i fanciulli muti e con gli occhi bassi per vergogna, ascoltando i rimproveri consapevoli e pentiti. Ritratti di vita familiare e di esperienze domestiche che danno al poema una nota moderna di intimità e di vitalità.

L’una vegghiava a studio della culla, e, consolando, usava l’idioma che prima i padri e le madri trastulla;

Paradiso, XV: 121-123

Vigilava sul bambino concentrata sulla culla e, per consolarlo, usava il linguaggio infantile che diverte per prima i padri e le madri abituati a giocare con lui. Un ritratto di serena atmosfera familiare intorno al bambino, con i genitori intorno che lo cullano e lo “trastullano”.

Come l’augello, intra l’amate fronde, posato al nido de’ suoi dolci nati la notte che le cose ci nasconde, che, per veder li aspetti disiati e per trovar lo cibo onde li pasca, in che gravi labor li sono aggrati, previene il tempo in su aperta frasca, e con ardente affetto il sole aspetta, fiso guardando pur che l’alba nasca;

Paradiso, XIII: 1-9

Beatrice attende l’alba per condurre Dante in alto come l’uccello che con ardente affetto per i figli attende l’alba per andare in cerca del cibo da portare ai suoi piccoli che aspettano nel nido. Sembra un quadro che raffigura nei dettagli e nei particolari più intimi l’attesa spasmodica dell’alba, come il momento in cui l’uccello può finalmente librarsi in volo per garantire il cibo ai piccoli lasciati in attesa nel nido.

E come fantolin che ‘nver la mamma tende le braccia, poi che ‘l latte prese,

Paradiso, XXIII: 121-122

Descrive il lattante che tende grato le braccia verso la madre dopo la poppata. Sembra quasi una descrizione pittorica di scene familiari viste e vissute. Una promozione ante litteram dell’allattamento materno e del suo alto valore biologico e relazionale.

La cieca cupidigia che vi ammalia simili fatti v’ha al fantolino che muor per fame e caccia via la balia

Paradiso, XXX: 139-141

La cattiveria ha reso i fiorentini ciechi e incapaci di valutare il bene, come il lattante che rifiuta e caccia via la balia, rischiando pertanto di morire di fame e di malnutrizione. Un modo per paragonare i riprovevoli comportamenti dei fiorentini a quelli dei lattanti che non conoscono ancora ragione e saggezza.

Vergine madre, figlia del tuo Figlio, umile ed alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio.

Paradiso, XXXIII: 1-3

Incipit della preghiera finale di Dante alla Madonna, in cui si esprimono la devozione e la compartecipazione al mistero della incarnazione di Dio. La potenza espressiva dei versi viene rafforzata dagli ossimori madre-vergine e figlia del figlio in un contesto di alta sensibilità poetica.

Omai sarà più corta mia favella, pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante che bagni ancora la lingua alla mammella.

Paradiso, XXXIII: 105-108

Dante al termine del suo viaggio, in prossimità della visione finale di Dio, non riesce a trovare le parole per esprimere ciò che vede. Le sue parole diventano scarne e inadeguate come quelle di un lattante che ha ancora la lingua bagnata di latte materno. Qui si esprime, come in altri canti, la meraviglia che suscitava in Dante l’allattamento al seno, considerato per il bambino una fonte di bene sul piano biologico, ma anche un simbolo di nutrimento più globale per l’uomo. Ci colpisce che in prossimità della conclusione di tutto il poema, per esprimere il suo stato di incantamento lirico e religioso di fronte alla rivelazione, Dante ricorra come fonte di ispirazione al lattante mentre estasiato assapora il latte che ancora sgorga dal seno materno.