Screening neonatale esteso. Per la diagnosi è importante la presa in carico da parte di centri con competenza ed expertise

Intervista a Giancarlo Parenti, professore ordinario del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali, sezione di Pediatria, dell’Università Federico II di Napoli

“Con la legge 167 del 2016 lo screening neonatale esteso è diventato obbligatorio e si è passati da una situazione in cui, a seconda delle regioni, venivano sottoposte a screening alla nascita solo 3-4 malattie, a una situazione in cui è possibile sottoporre a screening contemporaneamente tra 40 e 50 malattie metaboliche. E’ un processo che richiede non solo elevate competenze nell’ambito delle malattie metaboliche, ma anche un’esperienza specifica per lo screening neonatale. Conoscere le malattie metaboliche, infatti, non significa poter affrontare le problematiche dello screening, è un mondo nuovo che solo in questi anni sta venendo alla luce”. A tracciare il quadro è Giancarlo Parenti, professore ordinario del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali, sezione di Pediatria, dell’Università Federico II di Napoli (Unina). “Oltre a specifiche competenze- sottolinea Parenti- il processo di screening richiede un grosso impegno da parte del Servizio sanitario nazionale e in particolar modo da parte dei centri clinici che prendono in carico i neonati positivi”.

Ma come è articolato il processo di screening? “Esistono diverse fasi -spiega Parenti- la prima è quella analitica: in tutti i punti nascita d’Italia ogni neonato viene sottoposto a un piccolo prelievo di sangue dal tallone, una goccia che viene assorbita su un cartoncino. Questo campione viene poi mandato al laboratorio. In Campania quello di riferimento è il Ceinge (Centro Unico Regionale Screening Neonatale) che è localizzato nell’area dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II. Qui- precisa il medico- il campione viene analizzato. Le nuove tecnologie, in particolare la spettrometria di massa tandem, consentono con un’unica analisi di rilevare la presenza di un gran numero di metaboliti nel sangue dei neonati e di dare un dato non solo qualitativo ma anche quantitativo. Questa tecnologia consente di rilevare i prodotti della frammentazione di molecole che derivano dall’unione di carnitina con metaboliti composti da catene di carbonio di varia lunghezza. Dal tipo di frammenti che si rilevano- spiega Parenti- si può risalire sia all’identificazione del metabolita eventualmente in eccesso ma anche alla sua esatta quantità. Questo consente di rilevare molto rapidamente, e a costi contenuti, un numero abbastanza ampio di metaboliti, ognuno specifico per un certo difetto metabolico”.

Dopo la fase analitica c’è poi quella della presa in carico. “Nel momento in cui un neonato risulta positivo allo screening deve essere preso in carico dal centro di riferimento per le malattie metaboliche- sottolinea il medico- per poter fare tutti gli accertamenti e per definire con precisione se il bambino è davvero affetto da una malattia metabolica o se si tratta di una falsa positività. In Campania il centro di riferimento (con l’eccezione delle iperfenilalaninemie), è localizzato nell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, in particolare nell’unità di malattie metaboliche che opera all’interno della Pediatria”. E’ un’unità che ha una tradizione di più di 40 anni nel follow up, nella diagnosi e nella cura di malattie metaboliche e segue ormai diverse centinaia di pazienti.

A questo punto il compito del centro di riferimento è quello di stabilire se il sospetto di positività sia vero e corrisponda a una diagnosi oppure se si tratti di un falso positivo. “La fase della presa in carico comporta delle responsabilità e deve essere fatta con la massima attenzione- sottolinea Parenti- ad esempio bisogna distinguere i casi in cui c’è bisogno di attivare subito delle terapie e altri in cui si può seguire con più calma la procedura diagnostica”. Il medico spiega che i referti dello screening sono complessi e in molti casi non indicano una diagnosi già chiara ma dei pattern, dei metaboliti che devono essere interpretati e validati. “Probabilmente per il pediatra di base, o un pediatra che opera in strutture non specializzate nello screening di malattie metaboliche, questi referti potrebbero essere estremamente difficili da interpretare. Da qui l’importanza dell’esperienza- dice Parenti- solo grazie all’esperienza è possibile orientarsi ed individuare quali sono i pattern specifici e che cosa possono indicare. Quasi sempre è  necessario integrare i risultati dello screening con altre indagini e ulteriori elementi per procedere ad una corretta diagnosi differenziale. I risultati devono essere anche commisurati alle condizioni del bambino, ad esempio la prematurità che può di per sé determinare alterazioni che non sono necessariamente specifiche di una patologia”.

Particolare attenzione deve essere posta all’identificazione e definizione dei ‘falsi positivi’. “Se un bambino viene identificato come positivo allo screening neonatale non significa necessariamente che sia malato- afferma Parenti- e  in realtà, tra i neonati richiamati per positività allo screening e presi in carico, i falsi positivi rappresentano la maggioranza. Questo- spiega il medico- è conseguenza del fatto che la soglia del sospetto, il cut-off biochimico, deve essere mantenuta bassa per consentire l’identificazione di tutti i neonati realmente affetti”.

Non solo. “A volte attraverso delle alterazioni che troviamo nel neonato possiamo diagnosticare qualcosa che c’è nella mamma- evidenzia Parenti-. Le anomalie del bambino, infatti, in alcune situazioni riflettono quello che avviene in utero”. Parenti spiega che l’esempio più frequente è quello dei deficit di vitamina B12 materni che si traducono in un profilo alterato nel bambino. “Molte mamme sono vegane o hanno paura di mangiare cibi proteici ricchi di vitamina B12- evidenzia il medico-  per cui arrivano al termine della gravidanza con una carenza di questa vitamina, che si traduce in una positività del neonato allo screening neonatale”.

In conclusione “il pediatra deve essere consapevole che esiste tutto un processo che ormai è diventato obbligatorio e fa parte dell’assistenza al neonato- spiega Parenti- e deve sapere che quando si verifica un caso di positività il bambino deve essere preso in carico da un centro che abbia l’expertise, la competenza specifica e che poi si occuperà di definire o meno la presenza di una malattia. Ai genitori bisogna raccomandare di seguire il percorso perché è importante e viene fatto nell’interesse primario del bambino”, conclude l’esperto.