Un Paese senza futuro

"Come pediatri dobbiamo ribadire con forza come la questione della denatalità sia una priorità per il nostro Paese"

di Rino Agostiniani, Vicepresidente SIP

Articolo pubblicato su Pediatria – numero 1-2 –gennaio-febbraio 2021 – pag. 19-20

La crisi demografica che sta interessando il nostro Paese, iniziata nella seconda metà degli anni ’70 e precipitata nel 2009, ha condotto ad un calo di circa un quarto delle nascite negli ultimi 10 anni (erano più di un milione nel 1964, 576.000 nel 2008, 420.000 nel 2019). Nei primi otto mesi del 2020 le statistiche ufficiali hanno registrato in Italia 268.000 nascite, circa il 3% in meno rispetto al 2019, e tutto lascia pensare che il record negativo raggiunto lo scorso anno verrà ulteriormente peggiorato nel bilancio del 2020, con una previsione (forse ottimistica) di 408.000 nati a livello nazionale. Previsione “ottimistica” perché la situazione, già così critica in epoca pre-Covid, è probabile che registri un ulteriore peggioramento nel momento in cui andremo a valutare gli esiti delle gravidanze iniziate da marzo in poi (nati di dicembre e, in parte, di novembre); è, infatti, legittimo ipotizzare che il clima di paura ed incertezza, insieme alle crescenti difficoltà di natura economica, generati dall’epidemia, abbiano orientato negativamente le scelte di fecondità delle coppie.

Il problema viene da lontano

Il problema, però, viene da lontano e la pandemia potrà solo amplificarlo; nel 2020 le donne tra i 15 e i 49 anni (intervallo che convenzionalmente identifica le età feconde) erano 1,3 milioni in meno rispetto al 2008. Il minor numero di donne in età feconda, conseguenza del crollo delle nascite avvenuto nel periodo 1975-1995, comporta inevitabilmente, in assenza di iniziative finalizzate ad un incremento della fecondità, meno nascite. La variazione della popolazione femminile in età feconda giustifica circa 2/3 delle minori nascite osservate tra il 2008 e il 2018, mentre la restante quota è attribuibile a una diminuzione della fecondità, passata da 1,45 figli per donna a 1,29 nell’ultimo decennio, e ad un rinvio della nascita dei figli verso età sempre più avanzate (nell’anno 2019 l’età media al parto è stata 32,1 anni). Oggi le donne tra i 35 e i 39 anni fanno più figli di quelle tra i 25 e i 29 anni e le ultra-quarantenni ne fanno come le 20-24enni.

La fecondità bassa e tardiva è l’indicatore più rappresentativo del malessere demografico del Paese. Eppure, tra le donne senza figli (circa il 45% delle donne tra 18 e 49 anni nel 2016), quelle che non includono la genitorialità nel proprio progetto di vita sono meno del 5%. La scelta consapevole e deliberata di non avere figli è poco frequente, mentre è comune la decisione di rinviare nel tempo la realizzazione dei progetti familiari per la difficoltà delle condizioni economiche e sociali.

Difficoltà che accomunano uomini e donne, ma che per queste ultime presentano il rischio aggiuntivo degli effetti negativi di una possibile maternità, per contratti di lavoro e modelli organizzativi poco tutelanti la genitorialità e la scarsità, oltre che il costo, dei servizi per la prima infanzia. Secondo i dati dell’Ispettorato del Lavoro, oltre il 70% delle donne che lascia volontariamente il lavoro lo fa a causa della difficoltà a conciliarlo con la maternità e la cura dei figli. Solo dopo che le donne, e ancor più i loro compagni, si sono stabilizzate nel mercato del lavoro e hanno migliorato il proprio reddito decidono di affrontare i rischi, e i costi, del primo figlio o di un figlio in più.

Il “debito” demografico

Queste dinamiche si riflettono pesantemente sulla composizione per età della popolazione: diminuiscono i giovani mentre aumentano gli anziani, il che ci rende uno dei Paesi più vecchi del mondo (al primo gennaio 2020 ci sono 178,4 persone di età superiore a 65 anni ogni 100 giovani con meno di 15 anni); il “debito demografico” che si sta creando nel nostro Paese inciderà sulle prospettive di crescita delle generazioni future non meno del debito pubblico accumulato in questi anni. Meno giovani significa meno nascite, sia attuali che future, meno famiglie con figli, con ulteriore accentuazione dello squilibrio generazionale, minore popolazione in età attiva, con le inevitabili conseguenze sulle risorse destinate al welfare, e minore peso politico delle generazioni più giovani, storicamente principali portatrici di quelle istanze di rinnovamento, così importanti per la crescita dei popoli.

Non ci resta che piangere?

E allora? Non ci resta che piangere, parafrasando Benigni e Troisi? No, le soluzioni ci sono, ma necessitano di scelte coraggiose che consentano di intraprendere un percorso di radicale cambiamento, prima di tutto di tipo culturale. Basta guardarsi intorno e prendere esempio dai Paesi che buoni risultati li hanno già ottenuti.

La ripresa della fecondità in Francia o nei Paesi Scandinavi registrata negli ultimi anni ha dimostrato che gli strumenti più efficaci per indurre le coppie ad andare oltre al primo figlio sono politiche finalizzate a facilitare la conciliazione tra famiglia e lavoro ed un rapporto più equilibrato tra i generi, con particolare riguardo ai congedi parentali.

In tali Paesi, pur attraverso l’adozione di strategie di tipo diverso (più incentrate sugli incentivi economici in Francia, sulla maggiore offerta e disponibilità di servizi dedicati all’infanzia nei Paesi scandinavi), le donne non sono costrette a difficili riflessioni su quanto avere un figlio potrà incidere sulla loro vita professionale. Come pediatri dobbiamo ribadire con forza che la questione della denatalità è una priorità per il nostro Paese; fare figli non deve continuare ad essere considerata una scelta privata, ma un investimento da sostenere, sia dal punto di vista economico che sociale, nell’interesse della collettività. I bambini sono un bene comune, la vera ricchezza di un Paese; un Paese senza bambini è un Paese senza futuro.

 

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