Peter Pan, gli Aristogatti, Dumbo e la “cancel culture”

di Cinthia Caruso, Direttore di Pediatria

Articolo pubblicato su Pediatria – numero 1-2 –gennaio-febbraio 2021 – pag. 27

‘Peter Pan’, ‘Gli Aristogatti’ e ‘Dumbo’ sono caduti sotto la scure del politically correct. Accusati di denigrare popolazioni e culture, di veicolare stereotipi sbagliati, di contenere messaggi dannosi, la Disney li ha vietati ai minori di 7 anni su Disney+. Una misura al momento messa in atto solo in Gran Bretagna, dove i tre cartoon sono stati rimossi dagli account dei bambini e riservati solo ad un pubblico adulto nel catalogo della piattaforma streaming. Ma cosa hanno fatto di così grave questi personaggi così amati da generazioni di bambini e bambine? Peter Pan è reo di chiamare i nativi americani ‘pellerossa’, gli Aristogatti sono stati banditi a causa del gatto siamese Shun Gon, raffigurato come “una caricatura razzista dei popoli asiatici”, con tratti stereotipati esagerati (occhi obbliqui e denti “da coniglio”). In Dumbo, invece, la schiavitù afroamericana sarebbe stata ridicolizzata da una canzone cantata dai corvi in cui rendono omaggio agli spettacoli di menestrelli razzisti. Per tutti e tre, insomma, l’accusa di fondo è razzismo, e la diretta conseguenza è la loro rimozione, in onore a quella “cancel culture” (cultura della cancellazione) oggi dilagante, grazie ai social network, ed ora applicata persino ai cartoon. Di cosa si tratta? È la tendenza diventata molto diffusa nel web di rimuovere dalla produzione culturale persone o aziende che si considerano colpevoli di aver sostenuto – anche in passato, o con presunte singole azioni personali – valori contrari ai diritti delle minoranze, alla parità di genere, all’uguaglianza e in generale al politicamente corretto. Un fenomeno recente di cui molto si discute negli Stati Uniti, dove è nato e dove qualche mese fa 150 intellettuali hanno sottoscritto una lettera pubblicata sulla rivista americana “Harper’s magazine”, nella quale hanno messo in luce gli effetti degenerativi della “cancel culture”, ossia la dittatura del “politicamente corretto”, e tutti i rischi di questa sorta di moderno ostracismo in cui talvolta basta soltanto una parola sbagliata, una frase fuori con testo, magari pronunciata tanti anni prima, a decretare il boicottaggio e la pubblica umiliazione di opere o persone. Molte sono state le celebrità e le opere vittime della “cancel culture”, da “Via col vento” a J.H. Rowling, autrice dei libri su Harry Potter, da “Grease” a Cristoforo Colombo le cui statue sono state abbattute durante le proteste contro il razzismo, dopo la morte di George Floyd, perché simbolo del colonialismo. Mai avremmo pensato però che la “cancel culture” si sarebbe abbattuta persino su tre “pietre miliari” dell’animazione per bambini, in uno sforzo educativo lodevole forse nelle intenzioni, ma eccessivo, e magari anche controproducente, nei risultati. Non sarebbe stato più istruttivo il messaggio che una canzone sbagliata non può cancellare la tenerezza di Dumbo, così come una frase malfatta non dovrebbe condannare nessuno, tantomeno una grande opera, all’oblio?  

 

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