Covid. Rossi: “Infiammazione minore se si è contratto un altro coronavirus”

Il pediatra del Bambino Gesù: “La componente cellulare è importante nella protezione”

“Sembrerebbe che incontrare gli altri coronavirus dia una maggiore possibilità di risposta e una minore infiammazione” in quei soggetti risultati positivi al Sars-CoV-2. Esordisce così Paolo Rossi, direttore della Scuola di alta formazione in Pediatria dell’Università di Tor Vergata, anche a capo del dipartimento Pediatrico universitario ospedaliero dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, nella sua relazione magistrale al Congresso della Società Italiana di Pediatria (SIP), partito ieri e in corso fino a venerdì 28 maggio, per fare il punto su tutti gli studi e le scoperte di maggior rilievo, portate avanti dall’inizio della pandemia.

Si parte dalle informazioni più semplici, che adesso già si danno quasi per scontate: “I bambini sono in maggior numero asintomatici, con malattia lieve e sintomi che regrediscono abbastanza rapidamente- spiega Rossi- con un periodo di incubazione minore rispetto ai giovani e agli adulti”. È una malattia che insorge solitamente in forma “meno critica”. Il dato di genere relativo all’infanzia, però, sembra esser passato più inosservato: “Sappiamo che nei bambini non c’è differenza di genere rispetto alla contrazione del virus, cosa che invece si osserva negli adulti”, ricorda Rossi. Su Molecolar Therapy, ad esempio, aggiunge, è stato “pubblicato uno studio che analizza l’espressione dei recettori ACE 2 e della serin proteasi la TMPRSS2”, entrambi necessari “affinché la spike protein possa attivare il meccanismo di ‘entry’ nella cellula”. L’ACE 2, tra l’altro, illustra il professore, “è fondamentale per permettere al virus di attaccarsi alle cellule target”. La ricerca, commenta lo specialista, “ha evidenziato come i minori abbiano un livello meno elevato dell’entry del virus, a livello nasale e bronchiale, sia per l’ACE 2 che per la TMPRSS2”. E per i pediatri questo ha un significato ben preciso: sapendo che la serin proteasi “subisce un forte controllo genetico da parte degli androgeni”, si può ipotizzare che “forse l’assenza di differenze di genere” nei bambini che contraggono il virus, sia legata a questo, “perché sappiamo bene- chiosa Rossi- che tra il primo e i 12 anni di vita, gli androgeni non sono presenti nei minori”.

E ancora, Rossi riprende le fila anche del lavoro condotto dall’immunologo Alessandro Sette e colleghi, che analizza l’entità dell’immunità “innata e adattiva” al Sars-CoV-2, per scendere nel campo delle differenti reazioni al virus tra coloro che lo hanno contratto. Dai risultati si apprende, ad esempio, come “l’immunità innata parta subito in quelle persone che riescono a controllare il virus e per loro l’immunità adattiva rimane sempre molto alta in tutto il decorso della malattia, e probabilmente anche dopo”. Gli anticorpi, invece, rincara Rossi, “ci sono anche nell’infezione severa, ma non sembrano più così importanti- continua- i linfociti possono risultare infatti in numero minore, l’immunità sembra partita molto tardi e probabilmente non ha più un effetto protettivo”. Addirittura, aggiunge, “potenzialmente potrebbe forse avere un effetto detrimentale” (non buono, ndr).

Il focus della relazione magistrale del direttore del dipartimento Pediatrico universitario ospedaliero dell’Ospedale Bambino Gesù, è piuttosto chiaro: “La parte cellulare della nostra immunità è molto importante, lo si osserva anche nello studio di Grifoni”, pubblicato su Cell nel 2020. La ricerca “evidenzia come le cellule CD4 specifiche per le proteine della spike correlano molto bene con anticorpi che sono di tipo neutralizzante, come per esempio il RBD del virus Sars-Cov2”. Lo studio portato avanti da Cotugno e Ruggero, inoltre, ha aggiunto risultati circa la “risposta immunologica nei bambini”, evidenziando come, “più alti sono i linfociti specifici, meno i linfociti B, più sono gli anticorpi neutralizzanti, minore è il virus. Può sembrare scontato- sottolinea il pediatra- ma a confronto con la condizione dell’adulto non lo è affatto”. Così, sembra sempre più chiaro come “la clearance virale sia molto migliore, dunque, nei soggetti asintomatici con più linfociti T e B, rispetto a quelli sintomatici”. E questo dimostra quanto sia importante “la componente cellulare anche alla clearance virale- statuisce Rossi- Gli anticorpi sono molto importanti, ma da tutti i dati che abbiamo raccolto negli adulti, è proprio la componente cellulare- conclude- che ci garantisce o meno una migliore protezione”.