Malattie rare, il 50% dei malati resta senza diagnosi per tutta la vita

Dallapiccola (Opbg): “Il 42% ha esordio nei primi due anni di vita”

“Il 50-60% dei malati rari rimane tutta la vita senza una diagnosi e solo poco più di un terzo dei casi dei malati rari ha un’attesa di vita praticamente normale”. A fornire i dati sulle malattie rare è Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù (Opbg), in occasione della lettura magistrale con la quale è intervenuto alla sessione di chiusura del 76esimo Congresso della Società Italiana di Pediatria (SIP).

“Naturalmente- chiarisce il genetista- queste malattie hanno un grosso impatto sull’età pediatrica. Sappiamo infatti che il 50-60% delle malattie rare colpisce i bambini e nel 12% dei casi si tratta di malattie congenite, cioè presenti alla nascita o nella prima settimana di vita. Il 42% delle malattie rare ha un esordio nei primi due anni di vita. La complessità di queste malattie fa sì che le attese di vita di questi bambini siano molto spesso compromesse, in almeno un quarto dei casi sono ridotte a meno di 5 anni e spesso queste malattie sono presenti già in utero”.

“Quello che abbiamo imparato (sulle malattie rare, ndr)- prosegue l’esperto- l’abbiamo imparato anche attraverso i numeri di queste malattie che hanno dimensioni sociali notevoli in quanto interessano dal 3% al 6% della popolazione generale. Complessivamente- dunque- più di 260 milioni di persone a livello mondiale ne sono affette, di cui almeno 1 milione di persone in Italia. Un’altra cosa che abbiamo imparato è la ultra-rarità di queste malattie, l’85% delle 7-8 mila malattie rare oggi note ha- infatti- una frequenza inferiore a un caso per milione di cittadini. Il 37% delle malattie rare- aggiunge Dallapiccola- incide in qualche maniera sull’attesa di vita dei pazienti. Questo dipende in maniera variabile dal tipo di malattia e dal meccanismo che è alla sua base, dalla gravità e dalla disponibilità di terapie. I malati rari devono confrontarsi con problemi quotidiani: il 70% e oltre di questi malati ha problemi motori e sensoriali, di interazione sociale e di gestione della quotidianità, di controllo del comportamento. Più del 40% dei malati rari ha- inoltre- problemi a comunicare con gli altri, di comprensione e apprendimento, più in generale ha disabilità mentali”.

“Abbiamo anche un altro dato inquietante- precisa Dallapiccola- che riguarda gli errori diagnostici fatti al primo contatto tra il medico e il malato raro. Si calcola che circa il 40% dei casi abbia inizialmente una diagnosi errata alla quale può seguire una terapia sbagliata e molte volte dannosa. L’80% dei malati rari ha un meccanismo genetico che sta alla base della malattia e addirittura il 70% e più di questi malati ha un meccanismo di tipo mendeliano. Tutto questo ci spiega perché gli iter genetici, nella loro complessità e nel loro sviluppo attraverso gli anni, hanno un impatto importante e significativo sulla definizione diagnostica di questi malati”.

Riguardo agli iter genetici, il genetista illustra che “negli ultimi 50 anni hanno subito una significativa trasformazione” passando da analisi a bassissima risoluzione alle prime tecniche per il sequenziamento del genoma arrivate negli anni ’80. “La vera rivoluzione- spiega Dallapiccola- arriva con l’avvento delle tecniche di sequenziamento di nuova e di seconda generazione arrivate con il progetto ‘genoma umano’. Le tecniche di cui oggi disponiamo- sottolinea lo studioso- hanno abbattuto di circa 200mila volte i tempi e i costi delle analisi genomiche”. Grazie a queste tecniche, è possibile rispondere a molte domande, di profondità diversa: “ad esempio- illustra il ricercatore- possiamo analizzare anelli di geni, famiglie di geni, che sono responsabili della disabilità mentale o delle osseo-displasie. Oppure possiamo interrogare il genoma ad un maggiore livello di profondità analizzando tutta la sua parte qualificante, quello che viene definito l’esoma. Anche in questo caso- spiega ancora il direttore scientifico del Bambino Gesù- possiamo analizzare l’esoma a due diversi livelli di profondità: il genoma clinico, composto da tutti i geni malattia fin qui noti che sono circa 80mila; oppure fare un esoma di ricerca che analizza circa 20mila geni malattia. Infine, possiamo fare un’analisi complessiva e completa del genoma umano compresa la parte non codificante e quindi analizzare gli oltre 3 miliardi di vasi che compongono il nostro DNA. L’impatto di tutte queste tecniche globalmente considerato è stato significativo a livello delle capacità diagnostiche delle malattie rare”.

Tutto questo sottolinea la necessità di fare ricerca sulle malattie rare. Occorre farlo, esorta Dallapiccola, “per un imperativo etico e di giustizia sociale, perché la ricerca è un investimento e non un costo. Costa molto di più non fare ricerca e non ottenere risultati. E infine perché le malattie rare sono un laboratorio per nuove politiche sulla salute poiché- conclude- portano benefici e ricadute anche sulle malattie comuni”.