Manfredi: “Potenziare le opportunità per i giovani a partire dall’università”

“Migliorare l’offerta con tecnologie, per contrastare i cervelli in fuga e i pochi laureati”

Parlare di giovani oggi significa parlare di futuro, perché rappresentano nella nostra società una grande opportunità ma anche una potenzialità che va completamente espressa”. Queste le parole con cui il professor Gaetano Manfredi, già ministro dell’Università e della ricerca con il governo Conte ed ex rettore della Federico II di Napoli, nel suo intervento di chiusura del 76esimo Congresso della Società Italiana di Pediatria (SIP) .

ECONOMIA DELLA CONOSCENZA – Per cogliere le potenzialità e le opportunità presenti anche durante la pandemia, Manfredi invita a focalizzare lo sguardo sugli ultimi anni, che “hanno mostrato ancora di più che siamo immersi in un’economia della conoscenza. Che cosa significa economia della conoscenza?- domanda Manfredi- Che nell’ambito dei fattori di produzione e dei fattori che determinano poi la competitività e la produttività dei Paesi, sempre di più un ruolo fondamentale lo hanno acquisito la ricerca e l’innovazione. I Paesi in grado di investire in ricerca e innovazione sono quelli che crescono di più e hanno prodotti più competitivi, perché il valore aggiunto dei prodotti è dato proprio dal tasso di innovazione che i prodotti stessi hanno”, puntualizza il professore.

Spostando l’attenzione sulla situazione italiana, emerge un’immagine “fatta di luci e di ombre- spiega l’ex rettore- dove la popolazione giovanile è caratterizzata da una situazione bipolare. Partiamo dalle luci: abbiamo grandi eccellenze dal punto di vista della qualità formativa, le nostre università non sono tra i primissimi posti al mondo in quelli che sono i ranking, ma rappresentano un sistema formativo molto solido e abbiamo tanti laureati di qualità. Il nostro sistema formativo è considerato a livello mondiale tra i migliori e questo è sicuramente un punto positivo”.

Quali sono i lati negativi? “L’Italia è il paese europeo che ha tra i nostri giovani il tasso di laureati più basso rispetto alla media europea, ma abbiamo anche un altro dato negativo: il numero più alto, concentrato soprattutto nelle regioni del Centro Sud, ma presente abbastanza in tutta Italia- sottolinea Manfredi – di quelli che vengono definiti NEET, cioè i giovani che non studiano e non lavorano, quindi che non hanno trovato un impiego perché i tassi di disoccupazione giovanile in Italia sono altissimi, tra i più alti di Europa”. Sono giovani che non hanno “nemmeno continuato gli studi perché il tasso di abbandono scolastico è molto elevato, così come è molto basso il tasso di continuità negli studi. Il numero di diplomati che si iscrivono all’università, quindi che percorrono questa transizione scuola-università, è tra i più bassi d’ Europa”. L’analisi conduce a una considerazione: “Il potenziale giovanile che c’è in Italia è importante, ma non viene sfruttato dal mondo del lavoro. Non viene sfruttato dal punto di vista delle competenze perché il numero dei giovani che studiano e che raggiungono competenze elevate è molto basso- precisa Manfredi- mentre è molto alto il numero, e questo è un altro paradosso, dei nostri giovani laureati che non trovano o che non vogliono trovare lavoro in Italia e vanno a lavorare all’estero”.

IL PARADOSSO TUTTO ITALIANO – “I giovani che studiano bene sono pochi, e non tutti restano qui, mentre tanti giovani non studiano e non riescono neanche a trovare lavoro. Una situazione a cui dobbiamo trovare una risposta, ma perché questo avviene? I motivi vanno identificati- argomenta Manfredi – nell’offerta di formazione che facciamo e nella domanda di formazione che c’è nell’ambito del mondo giovanile”.

LIMITI E PUNTI DI FORZA DELL’OFFERTA FORMATIVA – “Abbiamo un sistema formativo di qualità che però è molto rigido nella sua offerta- prosegue Manfredi- un’offerta organizzata in base a regole rigide, con un sistema di tabelle e piani di studio molto rigido e che spesso non riesce a rispondere alle esigenze e alle trasformazioni che avvengono, ovvero ai temi che oggi sono legati alla transizione digitale e quindi all’impiego di tutte le tecnologie abilitanti: intelligenza artificiale, big data, tecnologie quantistiche. Quando ci riferiamo a queste tecnologie, esse non sono patrimonio di pochi- spiega Manfredi, che è ingegnere- nel senso solamente di fisici e ingegneri. In quest’ambito noi formiamo degli specialisti nella progettazione delle tecnologie, però c’è uno spazio amplissimo invece nell’utilizzo di queste tecnologie che è competenza di chi applica nei domini operativi”.

UNO SGUARDO AL CAMPO DELLA MEDICINA – “Oggi sempre di più l’impiego dei big data, delle intelligenze artificiali o della robotica diventano strumenti indispensabili per la cura e la diagnosi. Questo significa che nelle competenze dei nostri nuovi laureati in Medicina, e complessivamente a tutti coloro che operano nell’area sanitaria, abbiamo la necessità di dovere reinserire questi nuovi contributi disciplinari che rappresentano degli attributi indispensabili per adeguarsi a quelle che sono le nuove potenzialità del mercato del lavoro”.

INTERVENIRE SULL’OFFERTA FORMATIVA – “In realtà questo in Medicina è stato fatto, negli ultimi recentissimi anni, io ho molto spinto nel periodo in cui sono stato ministro- ricorda Manfredi- e sono nati molti corsi in Medicina definiti Med-Tech, cioè Medicina tecnologica, all’interno dei quali ci sono dei crediti che guardano proprio all’utilizzo di queste tecnologie in ambito medico. Questo è un esempio di come si curva una competenza specialistica molto importante e molto consolidata nel tempo rispetto a quelle che sono le nuove tecnologie: la Bioinformatica, i big data, l’intelligenza artificiale e la robotica. Questa è una scommessa, è un lavoro che noi dobbiamo fare- invita all’azione Manfredi- l’Università negli ultimi anni è stata molto lenta nel recepire, anche per problemi normativi, questi cambiamenti. Ciò ha sicuramente rappresentato una barriera rispetto a quelle che erano le necessità, anche confrontandosi con altri Paesi”, conclude.