Anoressia nervosa, Zanna: “E’ la terza malattia cronica tra gli adolescenti”

La neuropsichiatra del Bambino Gesù: “Colpisce il corpo ma ha origine nella mente”

L’anoressia nervosa è una malattia psichiatrica più comune nelle giovani donne ed è la terza malattia cronica dopo l’obesità e l’asma negli adolescenti. In linea con le medie europee, nel nostro Paese l’indice di ospedalizzazione per anoressia è pari al 22,8 per 100mila, con un aumento importante in questi ultimi anni. L’indice di mortalità è del 5% in età adulta e del 2% in età pediatrica”. A illustrare i dati e le caratteristiche dell’anoressia nervosa che colpisce soprattutto i ragazzi del nostro Paese è Valeria Zanna, neuropsichiatra infantile e direttrice dell’Unità operativa semplice Anoressia nervosa e disturbi alimentari dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, nel suo intervento al 76esimo Congresso Italiano di Pediatria, organizzato dalla Società Italiana di Pediatria (SIP). Pur trattandosi di una malattia psichiatrica, spiega l’esperta, “la forte componente somatica di questo disturbo tende spesso a catturare l’attenzione del paziente e della famiglia, rendendo meno probabile la richiesta di accesso ai servizi per la Salute mentale. Eppure le componenti psicopatologiche sono quelle fondamentali in questo disturbo, anche se le componenti di salute fisica prevalgono in una prima fase. Ma- ribadisce l’esperta- occorre poi intervenire sugli aspetti psicopatologici, altrimenti il disturbo poi non viene curato”.

Per chiarire il peso dei sintomi psichiatrici di questo disturbo, Zanna prosegue illustrando che “secondo il manuale di diagnostica psichiatrica, la gravità del disturbo si definisce a partire dall’Indice di massa corporea suddiviso in quattro livelli: lieve, moderata, grave, estrema”. L’indice di massa corporea, tuttavia, rivela la sua relatività in termini di diagnosi nei casi in cui, ad esempio, “ragazze che partono da una condizione di sovrappeso e adottano condotte alimentari restrittive, arrivano a essere di fatto normopeso, ma essendo stato il calo ponderale consistente e molto rapido, spesso richiedono il ricovero”. Da un ampio studio statistico, aggiunge Zanna per suffragare quanto illustrato, “è emerso che la forza dei sintomi sta in una forte alienazione personale, una condizione depressiva, mentre l’indice di massa corporea ha una forza molto relativa”.

Così se i sintomi fisici rientrano tra i criteri per stabilire la necessità o meno di un ricovero in Pediatria, le comorbidità psichiatriche conducono al ricovero in Neuropsichiatria infantile. Un’indicazione a questo riguardo è fornita nelle Linee guida elaborate dalla Regione Lazio. “In queste linee guida- spiega l’esperta- vengono indicati non solo criteri visibili e clinici, ma anche criteri anamnestici come il lasso di tempo in cui si è perso peso, il rifiuto di mangiare e bere, la mancata disponibilità alle cure”. Riguardo a quest’ultimo aspetto, Zanna racconta: “Queste sono ragazze che vivono la loro sintomatologia con una modalità ‘egosintonica’, cioè quello che sta accadendo al loro corpo è in linea con il loro progetto e hanno paura che rialimentandosi riprenderanno peso. Per questo non chiedono aiuto e non sono disponibili alle cure quando la situazione diventa critica. Il ricovero in Psichiatria infantile- prosegue l’esperta- si rivela necessario quando c’è una comorbilità psichiatrica con depressione maggiore e rischio suicidario, episodi psicotici e condizioni deliranti, gravi disregolazioni degli impulsi con agitazione psicomotoria, tendenza a manipolare le cure (ad esempio, manomissione del sondino naso-gastrico), aggravamento della condizione che ha portato al ricovero in pediatria”.

Il ricovero, tiene tuttavia a precisare la direttrice dell’Uos Anoressia nervosa del Bambino Gesù, “dovrebbe essere limitato ai casi molto gravi, se ci fosse un’adeguata risposta da parte dei servizi territoriali. Questo implica un’offerta adeguata da parte dei servizi territoriali a più livelli, a partire dalla capacità dei pediatri di libera scelta e dei medici di famiglia di individuare i segnali e avviare un percorso di trattamento adeguato. L’intervento deve essere gestito da una equipe multidisciplinare composta da pediatra, psichiatra, psicologo e nutrizionista. Si tratta di un trattamento complesso- conclude Zanna- come complessa è anche la malattia”.