Covid. Rappuoli: “Vaccini e monoclonali la sfida alle pandemie degli ultimi 700 anni”

“Anticorpi efficaci su varianti inglese, brasiliana, sudafricana”

“Nel 2020, avevamo gli stessi strumenti di 700 anni fa per combattere le pandemie, vale a dire la quarantena, la distanza sociale e l’igiene delle mani. Nel 2021 abbiamo i vaccini e l’uso degli anticorpi monoclonali, grazie alla tecnologia, un investimento senza precedenti nello sviluppo e nella manifattura farmaceutica. Questi strumenti stanno cambiando la nostra gestione della pandemia e ci permetteranno di controllare il virus”. A dirlo è Rino Rappuoli, microbiologo italiano che ha individuato e sviluppato per primo in Italia, con il gruppo di ricercatori del Toscana Life Sciences, specifici anticorpi monoclonali per contrastare il Sars-CoV-2. Rappuoli, insignito della medaglia d’oro al merito della Sanità pubblica nel 2005 e direttore scientifico delle attività di ricerca e sviluppo di GlaxoSmithKline Vaccines di Siena, racconta da dove siamo partiti e dove siamo arrivati in questo anno di pandemia, nel corso del 76esimo Congresso della Società Italiana di Pediatria (SIP).

“Com’è stato possibile arrivare fin qui?- si interroga Rappuoli- partiamo dalla tecnologia per capirlo: quattro tecnologie molto specifiche ci hanno consentito di sviluppare i vaccini contro il Covid-19. É un percorso che non può essere compreso senza ripercorrere la storia della vaccinologia dagli anni Trenta ad oggi”, spiega. I vaccini a Rna messaggero hanno una storia quasi trentennale: “La prima risposta immunitaria indotta da un vaccino a Rna messaggero, anche detto ‘mRna’, si è avuta nel 1993; nel 2008 la Novartis ha avviato un programma di studio sui vaccini a Rna per le malattie infettive; nel 2009 c’è stata la prima sperimentazione a Rna applicato nell’oncologia; nel 2013 è stato elaborato il primo vaccino per l’influenza pandemica a Rna; nel 2015 c’è stata la prima sperimentazione di Moderna a Rna, ma è solo nel 2020 che queste sperimentazioni sono diventati prodotti: i vaccini a Rna contro il Covid, che oggi stiamo somministrando. Quello che ha impresso la spinta a questo cambiamento epocale, ‘The big change’ – come lo chiama Rappuoli – è arrivato nel 2013, “dopo che il virus dell’influenza pandemica del 2009, l’H1N1 era stato isolato, analizzato nei laboratori e considerato altamente pericoloso. La sequenza del virus venne inviata al Centro per il controllo delle malattie infettive e si decise di costituire rapidamente una joint venture per far fronte

a questo tipo di virus, che aveva aperto una nuova breccia nei confronti della nostra immunità verso i patogeni influenzali. E’ appunto solo nel 2013, con il virus della stessa famiglia del 2009 ma stavolta denominato H7N9, che si realizzò in una sola settimana un vaccino utilizzando informazioni della sequenza del virus teletrasportate tramite internet. All’epoca lavoravo anche

negli Stati Uniti, a Boston- racconta Rappuoli- ed ebbi l’occasione di collaborare alla realizzazione del primo vaccino in una sola settimana: non era un vaccino convenzionale ma a Rna”.

La svolta per realizzare un prodotto di questo tipo è arrivata poi dalle informazioni digitali: “La tecnologia, ma anche avere accesso a grandi investimenti”, spiega il microbiologo. “Dal settore pubblico arrivarono circa 15 miliardi di dollari, 10 solo dal governo americano. Dalla scoperta alle fasi dello sviluppo, fino al delivery stockpiling, erano e sono ancora necessarie molte risorse. Ma se nel 2013 si impiegavano ancora anni per fare un vaccino, nel 2020 ci sono voluti solo dieci mesi- sottolinea Rappuoli- e, con il vantaggio delle informazioni digitali, si è arrivati a sintetizzare geneticamente il Dna, realizzando un vaccino a Rna in sette giorni, tre settimane per i sieri a vettore virale e 2 mesi per i vaccini proteici. Rispettivamente, questi vaccini hanno avuto la capacità di arrivare alla sperimentazione clinica in 66 giorni per Rna, come abbiamo visto con il vaccino di Moderna, 3 mesi per quelli a vettore virale, 6 mesi per quelli a base proteica”.

In tutto questo percorso c’è anche la ricerca sugli anticorpi monoclonali, “che già nel 2018 ha fatto registrare 50 miliardi di dollari di vendite- ricorda Rappuoli- poiché la maggior parte di questi farmaci sono applicati per le

malattie infiammatorie, per il cancro e solo una piccola parte, almeno fino al 2018, per i vaccini. La tecnologia per realizzare gli anticorpi monoclonali è enormemente migliorata a partire dall’uso per i casi di HIV- spiega- tanto che sulla base degli studi dei monoclonali sulle malattie infiammatorie e virali siamo riusciti ad isolare, con il gruppo di ricerca di Toscana Life Sciences, gli anticorpi più potenti nell’arco di tre mesi, in grado di neutralizzare il Covid con un dosaggio inferiore all’atteso e che può essere somministrata anche al di fuori dell’ambiente ospedaliero”, rivela lo studioso.

Gli anticorpi che “abbiamo selezionato, J08, hanno dato prova di neutralizzare il virus sia in vitro sia nella sperimentazione. Attualmente siamo nella fase di ‘engineering’, ovvero ingegnerizzazione degli anticorpi, a cui seguirà la fase di ‘cell line’ e infine lo stoccaggio presso la banca cellulare, da cui partirà la commercializzazione. Questi monoclonali si sono rivelati anche neutralizzanti contro la variante inglese, la brasiliana e la sudafricana. Le altre aziende produttrici di monoclonali- spiega ancora lo studioso- quali Eli Lilly, Vir/GSK

e Regeneron hanno rilasciato prodotti efficaci contro ospedalizzazione e morte nell’ordine dell’81-87%, con Regeneron che è addirittura in grado di prevenire l’infezione in persone sane”. Rappuoli chiude il suo intervento con l’immagine della Statua della Libertà: “Con i vaccini quindi, e l’immunità passiva, riconquisteremo la libertà. La vaccinazione ha liberato l’umanità dalla schiavitù delle malattie infettive, nel passato. Succederà anche questa volta”, conclude Rappuoli.