Enuresi, Ferrara: “A 10 anni ne soffre ancora l’8% dei bambini”

“E’ il disturbo più comune dell’età pediatrica”

“L’enuresi è il disturbo funzionale più comune dell’età pediatrica ma è ancora sottostimato. Eppure i numeri sono impressionanti, è un problema molto più diffuso di quello che si pensi”. A sottolinearlo è Pietro Ferrara, docente di Pediatria presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma e Presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP), sezione Lazio, nel corso del suo intervento al 76° Congresso Italiano di Pediatria. “Di recente- spiega Ferrara- insieme alla SIP abbiamo realizzato un lavoro che ha coinvolto più di 200 pediatri su tutto il territorio nazionale per un bacino d’utenza di circa 130.000 bambini. Di questi circa 9.700 soffrivano di enuresi. E la maggior parte delle volte ci si rivolge al pediatra per altri problemi- evidenzia il Presidente SIP Lazio- l’enuresi viene messa in secondo piano o addirittura non viene nominata. Ma la probabilità di soffrire di questo disturbo è di circa il 10-15% all’età di 5 anni, a 10 c’è un 7-8% circa di bambini che ne soffre, a 13-14 anni può riguardare ancora un 2-3% di ragazzini. Sono numeri enormi”.

Ma quand’è che si parla di enuresi? “La diagnosi si fa sulla base di criteri che sono riconosciuti a livello mondiale e che hanno delle caratteristiche ben precise- spiega Ferrara- Si parla di enuresi quando un bambino bagna il letto per più di 2 notti a settimana, quindi di media da 3 notti in su, nell’arco degli ultimi 3 mesi. Il disturbo poi- precisa il Presidente SIP Lazio- deve essere costante, nel senso che nella vita di quel bambino non deve essere mai comparso un periodo di almeno 6 mesi di continenza totale. E poi la conditio sine qua non è che il bimbo abbia compiuto almeno 5 anni, perché fino a quell’età bagnare il letto la notte è normale”. E’ poi importante capire di che tipo di enuresi si tratta. “Si distingue innanzitutto tra enuresi primaria e secondaria- spiega Ferrara- Se dopo il compimento del quinto anno di vita il disturbo c’è sempre stato, si parla di enuresi primaria. Se, invece, dopo il compimento del quinto anno il bambino è stato almeno 6 mesi senza bagnare il letto la notte, allora si parla di enuresi secondaria. Nel primo caso, che riguarda la maggior parte dell’enuresi, la causa è organica- sottolinea l’esperto- Nel secondo dobbiamo prendere in considerazione tra le cause anche problematiche di natura psicologica, magari un disagio che sta vivendo quel bambino. Se poi la perdita di urina è associata anche a perdita di feci, non bisogna dimenticare di pensare a situazioni più pericolose per il bambino in quel contesto familiare, sociale ecc”.

Non solo. C’è un’altra importante classificazione da fare. “Bisogna poi capire se si tratta di un’enuresi esclusivamente notturna, ossia se il sintomo è solo quello della perdita di urina involontaria durante la notte, oppure se associati alle perdite notturne ci sono anche dei sintomi diurni cioè l’urgenza minzionale (dover correre all’ultimo minuto a fare la pipì), mutandine costantemente alonate o bagnate di urina, un numero di minzioni superiore a 7 durante la giornata. Cose che fanno pensare a una vescica più piccola e più reattiva- spiega Ferrara- Se ci sono anche sintomi diurni allora parliamo di enuresi non monosintomatica, quella che una volta veniva chiamata incontinenza. In questo caso cambiano sia la terapia sia l’approccio diagnostico perché si fa qualche esame in più”.

Il Presidente SIP Lazio precisa poi che “l’enuresi primaria in percentuale è un po’ più diffusa tra i maschi, nelle casistiche il rapporto è circa 2 a 1 o poco meno. Per le enuresi secondarie, che rappresentano circa il 20% di tutte le enuresi, siccome intervengono tanti altri fattori il conto maschi/femmine si pareggia”. Per sensibilizzare l’opinione pubblica al problema “nel mese di maggio è stata istituita la Giornata mondiale dell’enuresi- sottolinea Ferrara- un momento per dare riconoscimento e dignità a un disturbo che può essere estremamente limitante per i bambini che ne soffrono. Per questo bisogna parlarne- dice- identificare la forma di enuresi che interessa quel bambino e soprattutto non considerare di trattare l’enuresi ma di trattare quel bambino con l’enuresi. Ogni bimbo, infatti, è diverso dall’altro- sottolinea lo specialista- quindi l’approccio deve prendere in considerazione il bambino nella sua globalità, i problemi che sta vivendo, le paure che ha e soprattutto aiutarlo a recuperare quell’autostima che sicuramente è minata specialmente se il problema è vissuto in età adolescenziale”.

Come si interviene? “Nel 98-99% dei casi il disturbo scompare da solo entro l’età puberale- spiega il Presidente SIP Lazio- ma non è sempre così. Ci possono essere fattori fisici o genetici che possono condizionare la prognosi e su cui possiamo fare ben poco (per esempio capezzoli sovranumerari, alterazioni a livello lombo-sacrale che fanno pensare a una schisi vertebrale ecc.). Ma ci sono anche altri fattori su cui si può lavorare come l’alimentazione, un introito di liquidi sbagliato, la stitichezza. Possiamo fare molto responsabilizzando il bambino e agendo sull’ambiente”. Per quanto riguarda la terapia farmacologica Ferrara spiega che “c’è un accordo in letteratura per cui nell’enuresi primaria monosintomatica la terapia è costituita dalla desmopressina, un analogo sintetico dell’ormone della vasopressina che fa trattenere i liquidi durante la notte. Nel caso di un’enuresi che c’è anche di giorno, quindi non monosintomatica, la terapia può essere o con solo farmaci che agiscano prevalentemente su questa iperattività vescicale, ammorbidendo la vescica e rendendola meno tesa, gli anticolinergici, oppure l’associazione anticolinergico-desmopressina, per contenere sia le perdite diurne che notturne”. Ferrara ci tiene però a precisare che “come per tante malattie non è detto che se si prendono i farmaci si guarisca nel 100% dei casi. Siamo- dice- in un contesto di un bambino che ha un disturbo che inevitabilmente interessa anche la sfera psico-comportamentale e dunque la risposta non è certa nel 100% dei casi ma lo è nel 60-70%. Questo è importante dirlo ai genitori- conclude l’esperto- perché non dobbiamo deludere delle aspettative che poi potrebbero compromettere il prosieguo della terapia. Così come dobbiamo anche dire che nel 99-100% dei casi si guarisce entro l’età puberale, quindi non perdiamo le speranza e seguiamo la terapia”.