Kawasaki, Cimaz: “In Italia 15 casi ogni 100mila bambini sotto ai 5 anni”

Il reumatologo: Riconoscerla subito per prevenire complicanze coronariche nei lattanti

“La frequenza della malattia di Kawasaki è elevatissima nei paesi asiatici, probabilmente per motivi genetici. In Giappone per esempio si contano 350-400 casi ogni 100.000 bambini. In Italia fino a poco tempo fa non c’erano dati precisi, ma da un recente studio realizzato con il ministero della Salute sui codici di dimissione per questa patologia abbiamo visto che ci sono circa 15 casi ogni 100.000 bambini al di sotto dei 5 anni. Una percentuale un pochino più elevata rispetto ad altri paesi europei dove la cifra si attesta tra i 5 e i 10 casi ogni 100.000 bambini”. A tracciare il quadro è Rolando Cimaz, ordinario di Reumatologia presso l’Università degli Studi di Milano, intervenuto al 76esimo Congresso Italiano di Pediatria, promosso dalla Società Italiana di Pediatria (SIP), con una lettura magistrale sui nuovi problemi e le nuove soluzioni relative a questa patologia.

“La malattia di Kawasaki, come molte altre patologie reumatologiche, ha una causa sconosciuta- spiega Cimaz- ma mentre nelle patologie croniche si cerca di prevenire i danni a lungo termine e 1 o 2 mesi a volte non fanno una grande differenza, la Kawasaki è una vasculite acuta in cui la differenza la fanno i giorni o addirittura le ore. Per poter prevenire le complicanze coronariche nei lattanti abbiamo l’urgenza di dover decidere il trattamento- sottolinea l’esperto- Bisogna riconoscerla subito e per farlo ci si deve basare sul criterio clinico con l’ausilio di qualche esame di laboratorio perché non esiste un esame specifico singolo”.

Dunque come riconoscere la malattia e come curarla precocemente sono i problemi che da tempo riguardano questa patologia. “L’unico problema nuovo- sottolinea Cimaz- può essere quello della diagnosi differenziale con le sequele dell’infezione da Sars-CoV-2 che viene trattata in modo praticamente uguale alla malattia di Kawasaki, salvo che con un utilizzo di corticosteroidi più ampio e più elevato. Ma sappiamo che nonostante dal punto di vista clinico possano esserci, tra le due, degli elementi simili, dal punto di vista immunologico non sono proprio la stessa cosa”.

Qualche novità l’esperto la cita per quanto riguarda le soluzioni: “Ci sono nuovi studi di ricerca, per esempio quelli sul trascrittoma e sulle firme di RNA, che sembrano potranno permettere una diagnosi differenziale più precisa e quindi più precoce. Questi recenti studi- continua Cimaz- hanno dimostrato che la firma di RNA mostra dei trascritti che sono specifici per ogni patologia e quindi, sulla base dei dati disponibili, si può distinguere la malattia di Kawasaki da patologie che la possono mimare, come le infezioni virali, sulla base della risposta dell’organismo di questi trascritti”.

Il reumatologo si sofferma poi sui fattori di rischio: “In assenza di anomalie coronariche, esistono dei criteri per verificare i soggetti ad alto rischio, ma sono quasi tutti criteri sviluppati su popolazioni giapponesi. Si è visto che in soggetti caucasici non funzionano, perché non riescono a identificare soggetti ad alto rischio. Insieme a dei colleghi francesi- spiega Cimaz- siamo riusciti a costruire il primo dei criteri europei che sembra funzionare abbastanza bene e stiamo cercando di migliorarlo”. Infine per quanto riguarda i nuovi trattamenti l’esperto sottolinea che “ci sono dei farmaci che si possono utilizzare nelle forme refrattarie come il cortisone, che sembra avere un ruolo veramente importante soprattutto per i pazienti ad alto rischio, ma anche gli anti-citochine come gli inibitori del TNF e gli inibitori dell’interleuchina 1. L’utilizzo di questi farmaci nella malattia di Kawasaki è molto recente”, conclude.