Pediatria di famiglia e alimentazione

La promozione di un corretto stile alimentare per la futura salute del bambino

Raffaella de Franchis

Vicesegretaria FIMP Napoli

Articolo pubblicato su Pediatria – numero 6 – luglio 2020 – pag. 22-23

L’associazione tra infiammazione cronica sistemica (ICS) e l’insorgenza di malattie croniche è stata oramai ben dimostrata. A differenza dell’infiammazione acuta, scatenata da infezioni, stress cellulare o traumi e che non è correlata all’età, l’ICS spesso aumenta con l’invecchiamento e induce un persistente stress ossidativo. Non esistono marcatori biochimici che possano rilevarla e le malattie ad essa associate (stroke, cancro, diabete, malattie renali croniche, epatopatie, malattie autoimmuni e degenerative) sono la principale causa di morte in tutto il mondo. Una strategia per la loro prevenzione è diventata pertanto indispensabile.

La principale causa di ICS deriva dalla combinazione di fattori endogeni ed esogeni. Tra questi ultimi, l’obesità e la disbiosi intestinale sono considerati i principali fattori pro-infiammatori. Un sempre maggior numero di evidenze sta dimostrando che i diversi componenti della dieta sono direttamente coinvolti nella patogenesi della ICS attraverso modifiche dirette del microbiota. In particolare, alcuni prodotti di degradazione degli acidi grassi tipici della dieta occidentale, la cosiddetta Western Diet (WD), promuovono l’infiammazione e l’aterosclerosi, mentre altri componenti, più tipici della dieta mediterranea (DM), hanno un effetto antinfiammatorio. La DM e la WD differiscono tra loro per l’alto consumo di verdure, frutta, legumi e alimenti ad alto contenuto di prodotti ricchi in polifenoli (olio extra vergine d’oliva, grani interi, frutta secca) la prima, e per un elevato contenuto di alimenti energetici, carni processate, grani raffinati, zuccheri semplici, sale, alcool, grassi saturi, la seconda. Alcune evidenze, inoltre, mostrano che il rischio di sviluppare ICS inizia già nella prima infanzia ed è per tale motivo che sembrerebbe indispensabile identificare un intervento preventivo in epoca molto precoce. Un esempio di tale intervento potrebbe essere rappresentato da modifiche degli schemi comunemente utilizzati per l’alimentazione complementare, con la conseguente variazione del gusto del bambino, nonché delle sue abitudini alimentari, a distanza di tempo. Anche la relazione tra le modifiche del microbiota intestinale e le patologie associate con la civilizzazione è stata ben documentata. Alcuni modelli di intervento hanno infatti dimostrato un ruolo protettivo svolto dall’utilizzo precoce di schemi alimentari simili alla DM nella prevenzione della celiachia e un analogo risultato si è ottenuto in due ampi studi di coorte prospettici in pazienti svedesi in cui l’utilizzo di DM ha mostrato una minore comparsa di malattia di Crohn. L’alimentazione mediterranea precoce sembrerebbe, quindi, avere un ruolo protettivo verso diverse malattie croniche.

L’obesità è una delle malattie cronico-degenerative strettamente correlate a ICS, dipendente da abitudini alimentari riconducibili alla WD e ad elevata frequenza nella popolazione pediatrica italiana degli ultimi decenni.

Diciotto pediatri di famiglia, afferenti alla Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) di Napoli, nel 2015 hanno costituito un gruppo di lavoro denominato “Dieta Mediterranea in Pediatria”, da me coordinato, e avviato un progetto di ricerca per verificare l’effetto dell’introduzione precoce di alimenti tipici della DM sulle abitudini alimentari del bambino e sullo sviluppo futuro di obesità. Sono stati arruolati 394 lattanti, suddivisi in controlli e casi. I primi venivano svezzati con uno schema tradizionale, storicamente utilizzato da ciascun pediatra, a base di alimenti dietetici per l’infanzia. I secondi venivano svezzati con uno schema definito mediterraneo e caratterizzato non solo dall’esclusivo utilizzo di alimenti freschi, con presenza di frutta e verdura di stagione sotto forma di purea, di pesce azzurro, di legumi, di erbe aromatiche e qualche spezia, ma anche con combinazioni di tali alimenti che riportavano alle abitudini alimentari degli adulti: pasta al sugo con ricotta, pasta e fagioli, pesce aglio e pomodorino sono solo alcuni esempi di menu. Nel gruppo dei casi, dopo il primo anno di vita veniva utilizzata frutta secca (noci e mandorle) inserite come merenda pomeridiana. Al gruppo dei casi veniva effettuato un rinforzo educativo in occasione di ciascun bilancio di salute o di accesso all’ambulatorio pediatrico per altri motivi. I comportamenti alimentari di tutti i bambini e delle rispettive madri sono stati monitorati nel tempo, utilizzando questionari di aderenza alla DM riconosciuti dalla letteratura scientifica e che prevedono l’attribuzione di un punteggio per quantificare quanto le abitudini alimentari di ciascuno siano in linea con la DM. Al terzo anno di follow-up sono stati disponibili per l’analisi statistica i dati di 358 bambini. È stata rilevata una buona aderenza alla DM nel 59,3% dei casi contro il 34,3% osservata nei controlli. I bambini del gruppo dei casi mostravano un aumento statisticamente significativo nel consumo regolare di frutta fresca e verdure cotte, pesce e frutta secca. Essi, inoltre, si recavano meno frequentemente ai fast-food, utilizzavano meno dolciumi e pasticceria industriale (dati non pubblicati). Non sono state osservate, a tre anni, differenze statisticamente significative nel BMI dei due gruppi, anche se la percentuale dei bambini in sovrappeso nel gruppo dei controlli era più elevata rispetto al gruppo dei casi (17% vs 11%). Un ulteriore dato molto interessante è emerso dal comportamento alimentare delle madri che ha mostrato una significativa variazione nel tempo, raggiungendo una maggiore aderenza alla DM tra le madri dei casi, frutto dell’educazione alimentare svolta dal pediatra (dati non pubblicati). Tali gruppi di bambini continueranno ad essere monitorati nel tempo per verificare l’andamento del BMI e l’insorgenza di altre patologie.

Lo svolgimento di tale progetto ha rafforzato l’esperienza dei pediatri di famiglia del gruppo di lavoro rendendoli “esperti” di DM in pediatria. Allo stesso modo anche le madri dei casi, inizialmente scettiche, si mostravano entusiaste alla fine del percorso, soprattutto quando, sulla base della esperienza fatta in un figlio più grande, consideravano favorevolmente le diverse e migliori abitudini alimentari del più piccolo.

Il nostro progetto di ricerca, unico nel suo genere tra i pediatri di famiglia, credo meriti qualche riflessione. La medicina sta cambiando. L’esperienza del Covid ha contribuito ad accelerare modifiche nell’approccio alla medicina stessa. Anche la prospettiva del nostro quotidiano lavoro dovrebbe seguire i cambiamenti in corso e modificarsi anch’essa.

I pediatri di famiglia partecipanti al progetto “Dieta Mediterranea in Pediatria” hanno imparato a fare attenzione al ruolo che la dieta quotidiana di un bambino assume nel determinare la sua salute futura. La cultura familiare e le abitudini materne contribuiscono certamente a condizionare le scelte alimentari di un bambino, ma l’operato del pediatra di famiglia ha un ruolo chiave. Il comprendere l’efficacia a distanza, in termini di miglioramento della salute, di un intervento educativo per l’alimentazione, e la possibilità di estendere quello stesso intervento a popolazioni a rischio di malattie, influenzabili con la dieta, potrebbe diventare, per il pediatra di famiglia, un importante campo di attività. Guardando da questa prospettiva, ci si rende conto di quanto il ruolo del pediatra di famiglia sia insostituibile in questa medicina “in movimento”. I grandi numeri saranno il futuro della ricerca scientifica e il pediatra di famiglia può ottenerne tanti con grande facilità. Ci sono state lodevoli iniziative di costruire banche dati. Un esempio è quello del recente progetto Nascita dell’Istituto Mario Negri che sta creando una importante banca dati finalizzata ad un registro nazionale pediatrico. Certamente le conoscenze che si ottengono dagli studi di coorte osservazionali hanno migliorato notevolmente la prevenzione e il trattamento delle malattie. Ma il cambiamento della medicina di cui parlavo, richiederebbe di creare in partenza dei “goal scientifici” da perseguire, di mettere su degli studi pilota in piccoli moduli a cui possano far seguito, a cascata, analoghi studi più ampi per una loro rapida implementazione e per ampliarne immediatamente gli effetti benefici rilevati. Ciò potrà migliorare l’assistenza pediatrica attraverso l’identificazione “a monte” di temi di lavoro scelti nell’interesse del malato e volti a validare, sempre con rigore scientifico, l’intervento medico utile a raggiungere quell’obiettivo. E in questo ambizioso percorso la costante interrelazione tra pediatra di famiglia, ospedale e università, ciascuno per le proprie competenze, diventa fondamentale.

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