Educazione alimentare, scuole sul fronte per aiutare i ragazzi ma servono “esperti” e “supporto delle famiglie”

Da Nord a Sud le testimonianze di presidi e docenti nel post pandemia

L’ansia e l’isolamento indotti dalla pandemia hanno contribuito a far crescere i disturbi alimentari fra bambini e adolescenti. Secondo l’ultimo report dell’ADI, Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica, nell’ultimo anno l’incremento dei casi di disturbi alimentari tra adolescenti ha subito un’impennata. Il periodo che va da febbraio 2020 a febbraio 2021 ha registrato un +30% rispetto allo stesso periodo 2019-2020, con un abbassamento della fascia di età (13-16 anni). Ma cosa può fare la scuola per intervenire positivamente? Quant’è importante il ruolo della mensa scolastica e quali sono i progetti di educazione alimentare destinati agli alunni?

“La scuola deve farsi carico di fronteggiare immediatamente questi problemi quando emergono ma anche e soprattutto di lavorare sulla prevenzione”, sottolinea Rosamaria Lauricella, dirigente scolastica dell’istituto comprensivo ‘G. B. Valente’ di Roma. “Lo scorso anno nella nostra scuola ci sono stati dei casi di disturbi alimentari fra gli studenti della secondaria di primo grado- racconta Lauricella- li abbiamo affrontati con lo psicologo della scuola, coinvolgendo anche le famiglie di questi ragazzi che si chiudevano nella loro stanza e trascuravano il cibo, fino a disabituarsi a consumare un pasto regolare”.

Il momento del pasto collettivo a scuola, che è stato sacrificato a lungo a causa della pandemia “è fortemente educativo- sottolinea poi Lauricella- è un’attività didattica a tutti gli effetti, perché ci permette di avviare l’alunno ad una corretta abitudine alimentare, ad un approccio corretto al cibo e alla sua consumazione. La mensa- evidenzia la dirigente- permette anche di approcciarsi ad abitudini alimentari diverse dalle proprie. Noi, infatti- dice- abbiamo molti alunni stranieri che consumano cibi diversi e permettono a tutti di scoprire che ci sono altre culture alimentari. Per questo il pasto collettivo è anche un momento fortemente inclusivo”.

L’effetto pandemia sulla salute psicologica

Daniela Paparella, dirigente scolastico presso il liceo ‘Pansini’ di Napoli, mette in evidenza come a scuola le siano state segnalati “casi anche particolarmente gravi”. E quando si sono verificate situazioni di questo tipo i ragazzi e le ragazze coinvolte “hanno dovuto allontanarsi anche dalla didattica a distanza”, continua la preside. Per questo, osserva, il reinserimento scolastico deve “anche prevedere un piano alimentare compatibile con la ripresa in presenza”.

Isolamento e lontananza da scuola e coetanei vuol dire anche abuso dei social network. “E’ come se i ragazzi avessero perso la capacità di stare insieme agli altri, si sono persi i meccanismi propri dello stare in classe, dello studiare. Sembra difficile, in questo momento, ricostruire il contesto scuola”, osserva Chiara Arena, dirigente dell’Itis ‘Cartesio’ di Cinisello Balsamo. Per la dirigente quello che la pandemia ha lasciato nei ‘suoi’ studenti sono innanzitutto “difficoltà nella socialità, nella sfera affettiva, nelle dinamiche relazionali”.

“La pandemia ha ‘slatentizzato’ molti disturbi, esasperando molti dei tipici disagi giovanili, incluso anche il disturbo dell’alimentazione”, evidenzia Fulvia Lopreiato, docente di scienze e referente per l’indirizzo scientifico biomedico del Liceo statale ‘Vico’ di Napoli. Per la docente la sovraesposizione a modelli e stili di vita irrealizzabili, così come il mito del ‘corpo perfetto’, ha esacerbato l’insorgere di disturbi alimentari anche gravi tra i giovanissimi. “Noi siamo sempre stati sensibili a questi temi- spiega- A scuola c’è da tempo uno sportello di ascolto con psicologi professionisti. Abbiamo realizzato, soprattutto negli ultimi tempi, progetti legati al tema del benessere e della corretta alimentazione. Col supporto di medici e psicologi, in piena pandemia, abbiamo avviato un percorso su dipendenze, che ha poi allargato il dibattito a altre cause di disagio, inclusi i disturbi alimentari. Abbiamo riscontrato, in questa occasione, grande interesse da parte degli studenti. Sono risultati come questo che ci incoraggiano a perseguire questa strada”.

La scuola non può farcela da sola

Ma secondo Antonietta Iossa, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Galilei di Taranto, la scuola “da sola non è in grado di contenere il fenomeno che ha un notevole impatto su tutta la società. Questi aspetti dovrebbero far riflettere le autorità competenti in modo da istituire, definitivamente e non solo su progetti, la figura dello psicologo in ogni scuola”. Per Iossa, inoltre, determinante è il ruolo della famiglia “perché ciò che si fa a scuola dovrebbe essere continuato dalle famiglie. Un genitore adeguatamente sensibilizzato e formato sicuramente può evitare errori che inevitabilmente si ripercuoteranno sui figli”.

Sulla stessa scia Domenico Squillace, dirigente del liceo scientifico ‘A. Volta’ di Milano, evidenzia che seppur la scuola “cerchi di intervenire anche nell’ambito dei progetti di educazione alimentare, a lungo andare non ce la fa a fare tutto”. Del resto, aggiunge, “se il concetto di un corretto rapporto col cibo non è passato per la famiglia, con cui i ragazzi consumano tutti i pasti principali, è difficile che la scuola possa riuscire a trasmetterlo con un corso di poche ore”.

Così anche secondo Anna Balducci, docente di italiano della scuola secondaria di primo grado presso l’Istituto Comprensivo San Pietro in Vincoli di Ravenna, le famiglie devono essere coinvolte nel momento in cui sono “recettive”. Il problema “è che molti genitori sono impegnati o separati- precisa- già faticano a venire agli incontri con gli insegnanti, sull’educazione alimentare funzionerebbe di più qualcosa che non gli porti via tempo, come un opuscolo da leggere”.

“Spesso i genitori non hanno la percezione o semplicemente non trascorrono abbastanza tempo con i figli per notare alcuni disturbi. Sovente capita che parlando con un genitore ci si senta dire ‘Non ne sapevo nulla, non me ne ero accorto’”, rimarca Claudia Casesi dell’IC ‘Valente’ di Roma.

Per Francesca Sbrana e Paolo D’Ottavio, docenti dell’IIS ‘Einaudi’ di Roma “la scuola può portare avanti progetti di sensibilizzazione e approfondimento dei disturbi alimentari ancor prima della manifestazione del problema e può fornire informazioni sullo stato di salute e un supporto psicologico tramite lo sportello per tutti i problemi dell’adolescenza”. Perché a scuola “gli alunni continuano a mangiare anche al di fuori della ricreazione e spesso i consumano merendine preconfezionate e patatine non sapendo se sono nutrizionalmente ed energeticamente adatte a loro”, evidenzia Anna Laura Frassetto, docente di Matematica e Scienze e referente per l’educazione alla salute e all’affettività e per l’educazione Civica presso la scuola secondaria di primo grado dell’IC Porto Torres 1.

Ma il corpo docente è adeguatamente formato sull’educazione alimentare? “Probabilmente gli insegnanti non hanno un’adeguata formazione ma ci sono strumenti e materiali che aiutano in questo senso. Si possono organizzare all’interno della scuola incontri con specialisti oltre a esperienze interessanti a livello sociale”, riflette Claudia Rumi, vicepreside dell’I.C. Madre Bucchi di Milano. E così Annarita Pintadu, dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo Porto Torres 1 sottolinea che “la preparazione del corpo docente su questi argomenti è abbastanza disomogenea e settoriale, ma lavorando in team nelle diverse discipline il risultato finale è completo. Sicuramente una formazione sui disturbi alimentare migliorerebbe le nostre conoscenze”, dice.

Progetti di educazione alimentare

Tra i tanti progetti di educazione alimentare messi in piedi nelle scuole ci sono per esempio quelli dell’istituto comprensivo ‘Don Bosco’ di Gela (Caltanissetta). “Prima delle festività natalizie abbiamo realizzato un curriculo di educazione alimentare in maniera interdisciplinare, è stata creata plasticamente la piramide alimentare, anche attraverso alcuni giochi in lingua inglese, francese e spagnolo. I ragazzi si sono cimentati a collocare gli alimenti nella giusta posizione. Un modo da soffermarsi sulla descrizione delle proprietà nutritive dei singoli alimenti per un corretto nutrimento, fondamentale nella crescita”, racconta Rosalba Marchisciana, dirigente scolastico dell’istituto comprensivo. Il ‘Don Bosco’, inoltre, propone settimanalmente ‘giornate tematiche’, variando l’alimentazione e incentivando il consumo della frutta e della verdura.

Sempre a Gela c’è poi l’istituto comprensivo ‘Don Milani’ dove ogni anno gli alunni della primaria partecipano al progetto ‘Frutta nelle scuole’, per un consumo consapevole di prodotti orto-frutticoli biologici, nel rispetto della natura e dell’ambiente. “Di solito- spiega la docente Concetta Dasaro– nelle classi vengono consumati prodotti di stagione per sensibilizzare gli alunni ad una sana alimentazione. Con l’emergenza sanitaria, proponiamo solo prodotti sigillati, ma continuiamo il lavoro con la realizzazione di cartelloni sulla piramide alimentare e su temi pertinenti ad ogni fascia di età”. ‘Latte nelle scuole’ è un altro progetto cui ha partecipato il ‘Don Milani’ con distribuzione di porzioni di latte, yogurt, formaggi, miele. Sono progetti- spiega la docente- che piacciono ai bambini. Toccano con mano e prendono confidenza con cibi che, possibilmente, non mangiano a casa”.

“Il mio sogno di scuola è un luogo in cui il tempo sia intercalato dal momento della colazione, del ristoro, della mensa non solo per il primo ciclo. Siamo fagocitati dall’emergenza lavorativa, dalla tecnologia, dal ritmo frenetico della quotidianità e non abbiamo più il tempo di chiederci da dove proviene il cibo che ci viene proposto a tavola. Abbiamo bisogno di rallentare- dice in conclusione Eugenia Carfora, dirigente scolastica dell’istituto tecnico professionale ‘Francesco Morano’ di Caivano (Napoli) – di soffermarci a riflettere e compiere piccoli gesti per ritrovare il bioritmo, la sensibilità, il rispetto verso noi stessi, il prossimo e verso la natura”.