Virus respiratori stagionali: cosa è cambiato rispetto all’era pre-Covid-19

La scarsità di immunità protettiva che ci troviamo ad affrontare deriverebbe da periodi prolungati di bassa esposizione a un dato agente patogeno, che lascia una parte maggiore della popolazione suscettibile alla malattia

Fabio Midulla

Silvia Bloise

Società Italiana Malattie Respiratorie infantili

Articolo pubblicato su Pediatria – numero 12 –dicembre 2021 – pag. 14-15

L’anno 2020, ormai conosciuto come l’anno del Covid-19, è stato un anno diverso da qualsiasi altro, con significativi cambiamenti nell’assistenza pediatrica. Già dopo poche settimane dalla dichiarazione dello stato pandemico da parte dell’OMS e dall’implementazione di misure restrittive per contrastare la diffusione del SARS-CoV-2, abbiamo assistito ad una drastica riduzione delle principali malattie pediatriche causate dai comuni virus stagionali. Non a caso, nel 2020, non si è verificato il tipico aumento delle consultazioni e del carico di lavoro in Pronto soccorso e nei reparti ospedalieri, caratteristico della stagione invernale, dominata dal Virus Respiratorio Sinciziale (VRS) e dai virus influenzali. Per tutto il 2020 non è esistito altro che il Covid ed è sembrato che malattie come bronchiolite, asma e gastroenterite, protagoniste dell’età pediatrica, fossero scomparse definitivamente.

Ma quali sono state le ragioni alla base di questo nuovo e inaspettato scenario? La risposta è da ricercare nelle misure preventive attuate a livello globale per contrastare la diffusione del SARS-CoV-2 e l’impatto della malattia, che indirettamente hanno anche ridotto la circolazione e la trasmissione di altri virus. Non è noto il peso specifico di ogni misura preventiva, ma sicuramente la loro azione sinergica ha determinato questa transitoria situazione epidemiologica: la trasmissione interumana dei virus respiratori è stata ostacolata dal distanziamento sociale, dall’obbligo della mascherina e dalla raccomandazione di stare a casa; il lavaggio delle mani e l’uso di disinfettanti hanno avuto un impatto soprattutto sui virus con capside (come VRS e virus dell’influenza), infatti la presenza di uno strato lipidico conferisce a questi patogeni un’aumentata sensibilità a queste sostanze con conseguente ridotta sopravvivenza sulla pelle e sulle superfici, a differenza del rhinovirus che, essendo dotato di un capside più resistente ai detergenti, ha mostrato un modello epidemiologico differente; in ultimo la restrizione dei viaggi e l’obbligo di quarantena all’arrivo hanno impedito l’importazione di nuovi virus e l’instaurarsi di serbatoi locali. Tuttavia la situazione è cambiata.

Dati allarmanti provengono dalla Nuova Zelanda, dove la stagione invernale è ormai giunta al termine, ed è stato registrato un picco di casi di bronchiolite cinque volte più alto rispetto a quello degli anni precedenti. Anche in Italia i dati provenienti da diverse regioni italiane mostrano un’epidemia del VRS comparsa in anticipo di almeno due mesi rispetto alle stagioni precedenti, con un’ondata di ricoveri di lattanti affetti da bronchiolite, alcuni dei quali con necessità di trattamento in terapia intensiva. È lecito chiedersi il perché di quello che sta accadendo; è riduttivo pensare che il ritorno in scena dei comuni virus stagionali sia legato semplicemente ad un allentamento degli interventi di salute pubblica non farmacologici implementati durante la pandemia.

Sicuramente, la riapertura delle scuole e di altre attività ludico-sportive, la ripresa del viaggiare, ma anche la minor pressione da Covid-19, con conseguente riduzione del rigore nel rispettare le misure igieniche preventive, hanno contribuito ad una maggiore esposizione e circolazione dei virus respiratori. Tuttavia, non possono essere solo queste le ragioni alla base dell’attuale panorama. Un interessante articolo di Di Mattia et al. pubblicato sulla rivista “Pediatric Pulmonology” aveva già messo in guardia la comunità scientifica su quello che sarebbe accaduto, esponendo il concetto secondo il quale la scarsità di immunità protettiva che ci troviamo ora ad affrontare è derivante proprio da periodi prolungati di bassa esposizione a un dato agente patogeno, che lascia una parte maggiore della popolazione suscettibile alla malattia. Questa teoria è particolarmente preoccupante per il VRS, per il quale l’immunità è temporanea e si ottiene attraverso l’esposizione al virus e grazie agli anticorpi materni, ma a seguito della pandemia Covid-19 e delle relative misure implementate c’è stata una riduzione drastica della circolazione del VRS che ha portato ad una mancata esposizione delle neo-mamme a questo patogeno e alla mancata trasmissione di anticorpi protettivi ai neonati, che quindi sono attualmente più a rischio di contrarre il VRS e sviluppare forme gravi.

In pratica, senza esposizione stagionale, l’immunità diminuisce e la suscettibilità a future, e potenzialmente più gravi, infezioni aumenta. Un altro aspetto da valutare è quello relativo al sistema di prevenzione per il VRS messo in atto in molti Paesi, ossia l’utilizzo di anticorpi monoclonali nei i soggetti a rischio (neonati prematuri o affetti da malattie croniche). Infatti, poiché le attuali dinamiche delle infezioni da VRS non erano previste, molti Paesi hanno pianificato queste somministrazioni durante la regolare stagione del virus. Così facendo, molti bambini hanno ricevuto questo trattamento invano e altri potrebbero aver avuto titoli anticorpali non più protettivi a seguito di una stagione epidemica insolita dal punto di vista temporale, ad esempio ritardata nel caso dell’Australia dopo l’allentamento delle misure restrittive.

Infine, un altro fattore da prendere in considerazione è il fatto che il sistema immunitario ha bisogno di essere stimolato continuamente per produrre risposte rapide ed efficaci. Una prova di questo concetto è stato proprio il comportamento dei bambini durante la pandemia; infatti questi ultimi presentano un’immunità innata più efficace, dovuta sia alla maggiore incidenza di infezioni virali in questa fascia d’età che alle vaccinazioni programmate (la cosiddetta “trained immunity”), che li ha resi meno suscettibili al Covid-19. Per un anno, ha dominato solo il Covid e in assenza di altri virus il nostro sistema immunitario potrebbe essersi “indebolito” generando reazioni meno efficaci e rapide. Quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo è un vero e proprio esperimento naturale della nostra società che potrebbe condurre a risvolti scientifici importanti. Sicuramente abbiamo imparato che anche in presenza di qualsiasi nuovo virus, gli altri patogeni respiratori non dovrebbero essere dimenticati, poiché le conseguenze potrebbero essere drammatiche.