Malattie genetiche, Aiuti: “Dalla terapia genica risultati straordinari, cambia la storia naturale di molte patologie”

“Serve un’azione europea per migliorare l’accesso alle cure e investire in ricerca”

“La terapia genica è una strategia terapeutica che ha l’obiettivo di trattare malattie causate da geni difettosi inserendo nelle cellule una copia sana di questi geni. Ciò lo si fa attraverso due tipi di approccio: utilizzando dei vettori virali, ossia dei virus modificati che trasportano all’interno delle cellule il gene sano oppure, più recentemente, attraverso il cosiddetto gene-editing che consente di fare una correzione in un punto più preciso del genoma”. A spiegarlo è Alessandro Aiuti, primario dell’Unità Operativa di Immunoematologia Pediatrica all’IRCCS San Raffaele di Milano e vicedirettore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica SR-Tiget. “La terapia genica ha la capacità di curare una malattia genetica fornendo all’organismo una copia corretta del gene- precisa Aiuti- le strategie sono quella di inoculare direttamente il vettore virale oppure di prelevare le cellule dal paziente, correggerle in laboratorio con il gene sano, e poi reinfonderle nel paziente stesso. Il primo approccio si usa per le malattie dell’occhio, malattie metaboliche, o neurodegenerative come, ad esempio, l’atrofia muscolare spinale. Il secondo, invece- continua l’esperto- principalmente per malattie del sangue come la talassemia, o per quelle del sistema immunitario come le immunodeficienze combinate gravi ma anche per alcune malattie malattie metaboliche ”. Tecniche rivoluzionarie che oggi rendono possibile quello che fino a qualche anno fa era considerato impossibile: curare malattie ‘incurabili’.

“Ci sono ormai molte dimostrazioni che la terapia genica cambi la storia naturale di queste malattie- continua Aiuti- proprio perché fornisce una correzione duratura all’organismo”. Non solo. “Con la terapia genica basta un singolo intervento terapeutico per correggere il difetto in maniera permanente. A differenza di quanto avviene, invece, per le terapie croniche in cui il farmaco deve essere somministrato per tutta la vita”.

Per alcune terapie il successo è ventennale. “La terapia genica per l‘Ada-Scid è stata tra le prime ad essere autorizzata e viene utilizzata in quei pazienti in cui non è disponibile un donatore di cellule staminali ematopoietiche compatibile familiare- spiega Aiuti. Ad oggi sono stati trattati più di 40 bambini nell’arco di 20 anni e sappiamo che la terapia continua a essere efficace perché questi pazienti crescono e sono tutti vivi. E’ un risultato straordinario”. Con il termine Ada-Scid si indica l’immunodeficienza severa combinata (Scid) da carenza dell’enzima adenosina deaminasi (Ada). I pazienti con questa malattia mostrano un sistema immunitario compromesso, con elevata suscettibilità a contrarre infezioni, e presentano inoltre disfunzioni a carico di diversi organi.

Così come “è un successo la terapia genica che recentemente è stata autorizzata per la leucodistrofia metacromatica, una malattia metabolica neurodegenerativa che dà problemi al sistema nervoso centrale e periferico- sottolinea l’esperto. su cui abbiamo un’esperienza decennale su oltre 40 bambini trattati. In questo caso la terapia sfrutta la capacità delle cellule del sangue di andare nei vari tessuti e produrre grandi quantità dell’enzima mancante. In questo modo è in grado di modificare il corso della malattia o arrestando la progressione delle manifestazioni cliniche o rallentandola, soprattutto se i bambini vengono trattati precocemente”.

E precocità è la parola chiave che Aiuti tiene a sottolineare. “In questa malattia, così come in altre, l’intervento precoce è molto importante perché sappiamo che è necessario del tempo prima che la terapia faccia effetto, dunque se i bambini vengono trattati in una fase della malattia in cui la progressione è molto rapida, la terapia può non essere efficace. Proprio per questo motivo è di fondamentale importanza allargare il panel di screening neonatale anche alla leucodistrofia metacromatica (così come ad altre malattie)- sottolinea Aiuti- perché fare diagnosi alla nascita permetterebbe di identificare la malattia e agire tempestivamente dando al bambino la possibilità di avere una vita migliore”.

Aiuti, che ha dedicato la sua vita alla ricerca di una cura per le malattie genetiche, guarda al futuro auspicando innanzitutto un più ampio accesso alle cure. “La sfida a cui guardiamo non è solo quella di occuparsi delle malattie rare, come la talassemia, la fibrosi cistica o l’atrofia muscolare spinale, ma di riuscire a studiare e trovare una cura anche per quelle patologie rarissime (ultrarare) la cui l’incidenza è di 1 nato su 100mila o di 1 su 1 milione. Sono malattie ancora di più considerate ‘orfane’- dice l’esperto- più difficili da studiare, perché si conosce poco come si sviluppano, e da curare perché riguardando pochissime persone, non sollecitano l’interesse delle aziende farmaceutiche ad investire affinché si sviluppino le terapie”. La ricerca per queste malattie “richiede investimenti importanti perché si tratta di terapie innovative e complesse- spiega Aiuti- quindi è importante che nel futuro ci sia la consapevolezza che deve esserci un ruolo di più attori, sia nella ricerca sia nell’accesso alle cure. Ci vuole una politica europea sulle malattie rare- evidenzia il medico- così come si è fatto per il Covid, dove c’è stata un’azione comune, allo stesso modo per le malattie genetiche rare bisogna unire le forze. Gli scienziati e i ricercatori possono mettersi insieme ma lo devono fare anche i governi per poter promuovere la ricerca e facilitare l’accesso alle cure. Non vorrei mai trovarmi nella condizione, come medico, di poter avere una cura sicura ed efficace per il paziente ma di non poterla utilizzare per motivi economici e commerciali. C’è bisogno di investire di più in ricerca e far arrivare queste terapie al letto del paziente. E’ un grido di dolore che lanciano i malati”, conclude Aiuti.