I diritti dei bambini nelle famiglie conflittuali

La presenza di adulti responsabili esterni al nucleo e neutrali, con cui potersi confidare, permette ai figli di mantenere saldo l’equilibrio psichico

Articolo pubblicato su Pediatria numero 7-8 2022, pag. 10-13

di Pietro Ferrara, Ignazio Cammisa, Margherita Zona

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento significativo del tasso di separazioni che è raddoppiato, passando dall’11,3% al 23,5%. I dati Istat del 2015 hanno riportato in Italia numeri elevati: 66.000 i figli di genitori separati, 33.000 figli di divorziati per un totale di 100.000 minori l’anno, di cui 40.000 con procedimenti giudiziali. Trend simili si sono registrati anche negli anni successivi. Come riportato dallo ‘Spazio Famiglie e Minori’, attivato in base ad un Accordo di Collaborazione tra Sapienza Università di Roma e Tribunale Ordinario di Roma, nel 2019 sono stati avviati 2.891 procedimenti giudiziali ai quali è necessario aggiungere 1.237 casi per l’affido dei figli di famiglie non matrimoniali, per un carico complessivo di 4.128 casi. Di tutte queste separazioni, circa il 5-20% sono percorsi separativi ‘gravemente conflittuali’.

Quando si parla di alta conflittualità

La separazione rappresenta un forte momento di stress per gli attori coinvolti: è un processo che segna l’avvio di un cambiamento, sia all’interno delle relazioni che nell’organizzazione della vita e della quotidianità. Tuttavia, la dimensione conflittuale della separazione è fisiologica se salvaguarda la dimensione genitoriale, valutando i rischi che riverberano sui minori esposti al conflitto e ponendo attenzione al bambino con le sue difficoltà, esigenze, bisogni e sofferenze e accogliendolo nella sua fragilità. Una separazione viene definita ‘gravemente conflittuale’ quando la coppia presenta nel tempo modalità rigide e distruttive di relazione che finiscono per coinvolgere pesantemente i figli, senza alcuna possibilità di raggiungere accordi rispetto alla gestione degli stessi né in altre aree della separazione. Il conflitto genitoriale, in accordo con Johnston, può esplicarsi in 3 principali ambiti: ‘dimensione di ambito’ (disaccordi su sostegno finanziario, divisione delle proprietà, custodia dei bambini), ‘dimensione tattica’ (il modo in cui le coppie divorziate cercano informalmente di risolvere i disaccordi, ragionando verbalmente o con aggressione verbale, coercizione e aggressione fisica, oppure mediante l’uso di negoziazioni legali), ‘dimensione emotiva’ (sentimenti negativi o di ostilità espressi in modo esplicito o implicito). Una separazione per definirsi ‘altamente conflittuale’ deve possedere 3 elementi chiave: persistenza (il conflitto si prolunga nel tempo), pervasività (i genitori non riescono a trovare accordi sulla gestione dei figli e agiscono sistematicamente su nuovi fronti) e intensità (il conflitto si caratterizza per aggressività o violenza come comunicazioni ostili, provocatorie, svalutanti, aggressioni verbali, comportamenti manipolatori, sentimenti di odio). Tuttavia l’alta conflittualità non può non tenere conto dei figli, per cui un rapporto viene definito altamente conflittuale soprattutto quando i minori possono rimanere danneggiati dalla crisi separativa in atto principalmente per l’incapacità da parte del genitore di leggere i bisogni e le esigenze del figlio e farsene carico.

Le situazioni a rischio

Occorre fare attenzione alle situazioni a maggior rischio. Un contesto caratterizzato da povertà di relazioni e di contatti sociali, con conseguente isolamento socioculturale, determina una mancanza di relazioni significative esterne al nucleo familiare; relazioni che potrebbero fornire supporto e contenimento del conflitto famigliare. In particolare, la possibilità, per i figli, di trovare degli adulti responsabili esterni al nucleo e neutrali, con cui potersi confidare, permette loro di mantenere saldo l’equilibrio psichico. La mancanza di fonti di supporto e protezione esterne, invece, favorisce il ritiro sociale, aumentando la sofferenza e la sensazione di essere travolti dalla crisi separativa. Un elemento imprescindibile è poi la fragilità del minore che può aggravarsi nel momento in cui la famiglia attraversa la crisi separativa. Facciamo riferimento a tutte quelle problematiche emotive, relazionali, comportamentali e scolastiche che, qualora non si disponga di sufficienti risorse per farvi fronte, possono compromettere lo sviluppo fisico e psicologico del minore. Le ricerche sull’argomento non hanno individuato una sintomatologia specifica attraverso la quale si esprime la sofferenza dei figli nella crisi familiare: alcuni diventano più aggressivi, altri disinvestono dal compito scolastico, altri ancora iniziano a manifestare comportamenti trasgressivi o antisociali. Talvolta la crisi familiare crea comportamenti ansiosi con la manifestazione di incubi o altri disturbi del sonno, altre volte si correla a quadri sindromici depressivi o di ritiro sociale. Quindi, i figli non esprimono in modo univoco il malessere familiare, oltre al fatto che alcuni minori sono più resilienti, mentre altri sono più fragili. La stessa incapacità dei genitori di offrire modelli educativi adeguati, esaustivi e costanti rischia di compromettere la salute psichica del figlio. Anche la psicologia statunitense si è occupata del tema, arrivando a considerare pure la tendenza di un genitore a svalutare l’ex-coniuge di fronte al figlio, e le problematiche psicologiche o di dipendenza dei genitori, come potenziali fattori di rischio per lo sviluppo del bambino coinvolto nella separazione.

Quali conseguenze sul bambino

La separazione dei genitori è sempre dannosa per i bambini? Sicuramente comporta un grande cambiamento dell’ambiente di vita del bambino, anche se il danno non deriva tanto dalla separazione in quanto tale, ma piuttosto dalla qualità di relazione. Anzi, se preceduta da un’accesa e lunga fase di conflittualità, la separazione può migliorare le relazioni. Più in generale i figli di genitori separati si ritrovano a far fronte a difficoltà di adattamento che per la maggior parte si risolvono entro 2-3 anni dopo la separazione. Tuttavia in alcuni casi i problemi emotivi aumentano con l’età e non si manifestano fino alla tarda adolescenza/età adulta. Disturbi comportamentali, scarso rendimento scolastico e abuso di sostanze sono solo alcuni dei comportamenti che manifestano i bambini a seguito del conflitto genitoriale. Le conseguenze fisiche/comportamentali sono influenzate da diverse variabili, tra cui l’età del bambino: al di sotto dei tre anni si ha una maggiore vulnerabilità attribuibile alla mancata comprensione delle circostanze ambientali, anche se comunque si ha la percezione del cambiamento nella routine in risposta al quale i bambini possono mostrare irritabilità, alterazione del ritmo sonno/veglia o dell’appetito. Secondo Erik Erikson tra i 3 e i 4 anni comincia a svilupparsi il senso di moralità, per cui i bambini in questa fascia di età sperimentano il senso di colpa per i problemi dei loro genitori, sentendosene colpevoli e continuano a fantasticare sulla loro riunificazione, anche molto tempo dopo la ricostituzione di nuovi legami affettivi dei genitori con un nuovo compagno/a. Questi bambini presenteranno ridotta frequenza del sorriso, calo del rendimento scolastico, disturbi del ritmo sonno-veglia, riduzione della socializzazione. I sentimenti di ansia e angoscia, sperimentati dal bambino in queste circostanze, risultano difficili da elaborare soprattutto data la minore età e possono quindi presentarsi sotto forma di dolori ‘inesistenti’, difficoltà a trattenere l’urina o con un vero e proprio disturbo psicosomatico, nel tentativo di richiamare l’attenzione su di sé.

Non è insolito quindi osservare disturbi comportamentali quali episodi anoressici o insonnia, stati depressivi, difficoltà a sviluppare relazioni intime. Gli adolescenti comprendono meglio tali situazioni, ma possono avere difficoltà ad accettarle; possono farsi carico di questioni adulte, soprattutto quando i genitori sembrano vivere una ‘seconda adolescenza’ con confusione delle regole alla base della disciplina familiare. Tutto ciò genera insicurezza, comportamenti malsani, abuso di alcol/droghe e violazione delle regole. La separazione può inoltre cambiare la visione che si ha dell’amore e delle relazioni, considerandole fonte di delusione. In età adulta il tipo di relazione non solo sarà insoddisfacente, ma terminerà anche più velocemente. Oltre all’età, ci sono anche altri fattori che influenzano l’insorgenza di conseguenze quali il tipo di affidamento che può essere esclusivo di un determinato genitore oppure condiviso. In quest’ultimo caso, il rischio di abuso e di problemi psicologici risulta significativamente ridotto, dal momento che mamma e papà sono figure ugualmente significative per il bambino e condividono la responsabilità di prendere decisioni.

Strategie per il pediatra

Il genitore ha un ruolo fondamentale nel garantire il benessere del bambino. Infatti, in risposta all’aumento dei tassi di divorzio, molti Paesi hanno adottato un programma educativo obbligatorio al momento del divorzio. Si tratta di programmi brevi ed educativi, incentrati su come aiutare i bambini a far fronte durante e subito dopo il processo di divorzio. In queste circostanze, centrale è la figura del pediatra che, nel suo ruolo di garante del benessere psico-fisico del bambino, deve prendere in carico l’intero nucleo famigliare, confrontandosi anche con le figure genitoriali secondo le modalità più appropriate (convocazione congiunta, colloqui individuali, incontri congiunti con i figli e con le famiglie di origine) con l’obiettivo di spronare i genitori a continuare a funzionare come ‘genitori’, indipendentemente dall’incapacità di funzionare come coppia, compito non sempre facile specie in situazioni di conflitto. Per limitare le conseguenze più dannose in tutte le fasce d’età andrebbero evitati i cambiamenti della routine, concordando traguardi fondamentali come il programma di alimentazione, il sonno, i giochi (aspetto fondamentale per i bimbi più piccoli). Il genitore può essere ‘amico’ dei figli ma rimane pur sempre genitore e, in quanto tale, dovrebbe limitare la condivisione dei propri problemi (sessuali, finanziari, legali) che il bambino, anche se adolescente, non è in grado di comprendere pienamente. Al contrario bisogna chiarire ai bambini che non sono responsabili della separazione. È importante inoltre che gli incontri del genitore con il quale non convivono non avvengano in ambienti dedicati solo al divertimento ma che si condividano momenti legati alla vita di tutti i giorni (accompagnare i bambini a scuola, fare i compiti insieme, ecc.). Infine bisogna prevedere un esaustivo percorso di valutazione psicologica per approfondire le modalità attraverso cui i figli fronteggiano la situazione conflittuale con lo specifico obiettivo di delineare il profilo emotivo, cognitivo, comportamentale e affettivo-relazionale. In questo risulta indispensabile il confronto con gli altri professionisti rilevanti per il bambino (medico di riferimento, insegnanti). Sarà possibile poi intervenire sulle risorse e sulla resilienza, anche attraverso il potenziamento delle abilità metacognitive che consentano al bambino/adolescente di fronteggiare le esperienze in modo funzionale. Tutte queste non sono indicazioni rigide e se sono stati raggiunti accordi soddisfacenti per genitori e figli, anche se diversi da quelli sopra descritti, sarebbe preferibile non modificarli. L’obiettivo è garantire un basso livello di conflitto interparietale, quale fattore protettivo e difesa contro le conseguenze indesiderabili di un divorzio.