Esposizione solare: quali sono le indicazioni per i bambini e quali consigli da dare alle famiglie

Stefania Russo, Mara Tommasi
GdS Ambiente e Salute del bambino e dell’adolescente SIP

Siamo tutti esposti quotidianamente a una certa dose di radiazioni ultraviolette (UV), in gran parte derivanti dal sole, ma anche da fonti artificiali. Le radiazioni UV coprono quella porzione dello spettro elettromagnetico con una lunghezza d’onda compresa tra 100 e 400 nanometri (nm) e si dividono in tre categorie principali: UVA (315-400 nm), UVB (280-315 nm), UVC (100-280 nm).

In generale, la capacità di penetrazione e quindi la “pericolosità” per l’uomo dei raggi UV aumenta al diminuire della lunghezza d’onda e, di conseguenza, all’aumentare della frequenza.

La maggior parte dei raggi UV che raggiungono la superficie terrestre sono UVA e, in piccola parte, UVB, mentre gli UVC sono totalmente assorbiti dall’atmosfera. I livelli di UV sono più alti al crescere dell’altitudine (ogni 1000 m di altezza i livelli di UV crescono del 10-12%), dell’altezza del sole (specialmente verso mezzogiorno nei mesi estivi) e al diminuire della latitudine e della nuvolosità. Altri fattori ambientali che li influenzano sono lo strato di ozono e la capacità riflettente della superficie terrestre (per esempio, la neve riflette circa l’80% delle radiazioni UV, la sabbia asciutta della spiaggia circa il 15% e la schiuma del mare il 25%).

Negli ultimi decenni sono aumentati i danni determinati dall’esposizione ai raggi UV. L’OMS ha identificato diverse patologie strettamente collegate all’eccessiva e inappropriata esposizione al sole soprattutto durante l’infanzia che interessano principalmente la cute e l’occhio: carcinomi e melanomi, cheratosi, cataratta corticale, pterigio, inspessimento della congiuntiva con opacizzazione della cornea e o limitazione dei movimenti oculari, riattivazione dell’herpes labiale. Il rischio risiede sia nel danno solare cumulativo che nelle scottature ripetute dovute ad un’eccessiva foto esposizione acuta, con conseguenti lesioni al DNA e immunosoppressione indotta. Le possibili cause sono varie: l’incremento di raggi UV sulla terra determinato dal buco dell’ozono; i cambiamenti degli stili di vita con scarsa esposizione al sole durante gran parte dell’anno e periodi di vacanza estiva con esposizione intensa concentrata in pochi giorni, senza la fisiologica preparazione della pelle che, nel fototipo delle nostre popolazioni, è predisposta ad abbronzarsi gradualmente e progressivamente.

L’esposizione ai raggi UV non ha però soltanto effetti negativi, gioca un ruolo importante nella sintesi organica di vitamina D, sostanza necessaria per il metabolismo osseo e altre funzioni extra scheletriche, soprattutto sul sistema immunitario. La vitamina D viene prodotta per l’80% dalla pelle. L’assunzione dietetica rappresenta solo il 20% di cui solo il 60% è biodisponibile. In Italia e in Europa il 40-50% della popolazione fra 0 e 18 anni mostra carenza di vitamina D.

L’esposizione al sole quindi fa bene, ma va effettuata in maniera adeguata, soprattutto nei bambini particolarmente vulnerabili sia per la maggiore sensibilità della loro pelle, sia per il tempo di esposizione più lungo.

Si è molto dibattuto sul ruolo dei filtri solari per l’esposizione al sole.

I filtri solari sono attualmente classificati come “cosmetici” e posti in libera vendita nei supermercati. La popolazione li acquista e li usa prevalentemente senza il controllo del proprio medico pur trattandosi di prodotti per alcuni dei quali è accertato da anni l’assorbimento cutaneo, il passaggio nel latte materno e per molti l’azione di interferenza endocrina. La Food and Drug Administration (FAD) non ha concesso la definizione di “efficacia e di sicurezza” ai filtri chimici considerando invece GRASE (Generalmente Riconosciuti come sicuri ed efficaci) i filtri fisici a base di ossido di zinco che pongono problemi minimi di sicurezza umana e ambientale. L’OMS e l’Accademia Americana di Dermatologia continuano a raccomandarne l’uso per la prevenzione del cancro della pelle.

Questi prodotti hanno dimostrato di essere efficaci se applicati sulla pelle correttamente e cioè prima della esposizione solare e riapplicati ogni due ore. Sia studi sulla popolazione che studi effettuati in contesti sperimentali, hanno dimostrato che i quantitativi che vengono solitamente applicati sono inferiori a quelli necessari alla protezione e le aree cutanee non vengono tutte egualmente coperte.

Si auspica che le autorità sanitarie, italiane ed europee, possano bandire l’impiego delle molecole incriminate e più in generale possano considerare i filtri solari, similmente a quanto avviene negli USA, farmaci e non cosmetici.

A tal proposito nel 2024 un gruppo di pediatri e dermatologi hanno pubblicato una Position Paper sulla base delle evidenze scientifiche disponibili in materia di filtri solari, e nel 2025 l’International Expert Panel World Health dell’Academy of Dermatology and Pediatrics elabora le Linee di indirizzo per la fotoprotezione in età pediatrica.

 

PubMed

Le più importanti informazioni da fornire alle famiglie

  • L’esposizione al sole è importante per la produzione di vitamina D. Per garantire una produzione ottimale si stima che 15 minuti di esposizione al sole del viso e degli arti, siano sufficienti sia in estate, che in inverno, 2 o 3 volte alla settimana, non nelle ore centrali del giorno.
  • Un’esposizione al sole inadeguata, soprattutto nei bambini può essere causa di varie patologie (carcinomi e melanomi) in età adulta soprattutto in soggetti geneticamente predisposti. L’esposizione al sole deve essere graduale per abituare la pelle a sviluppare le proprie difese naturali È importante prevenire le ustioni solari da esposizione acuta e limitare la quantità di raggi ultravioletti che raggiungono la pelle nel corso dell’intera vita.
  • È molto utile seguire una dieta ricca di alimenti contenenti sostanze antiossidanti (vitamine C, E, A / zinco, selenio, rame / polifenoli e flavonoidi / carotenoidi / probiotici).
  • La fotoprotezione, specialmente in età pediatrica, è indispensabile e non può limitarsi alla semplice applicazione di creme solari, ma richiede soprattutto misure protettive non farmacologiche e adeguati stili di vita:
    • mettere i bambini, soprattutto se molto piccoli all’ombra,
    • evitare l’esposizione al sole nelle ore centrali della giornata,
    • proteggerli fisicamente con abiti e abbigliamento tecnico (Ultraviolet Protection Factor – UPF),
    • mettere un cappello a falda larga e occhiali da sole ad alta protezione.
  • Prima dei 6 mesi di vita i bambini non dovrebbero essere esposti al sole. Nel caso in cui l’esposizione sia inevitabile, si raccomanda di utilizzare indumenti protettivi ed eventualmente applicare creme solari con filtri inorganici.
  • Esistono in commercio numerosi prodotti contenenti filtri chimici e fisici finalizzati alla difesa dagli effetti collaterali dei raggi UV. Cautelativamente si consiglia di preferire sempre prodotti solari contenenti molecole inorganiche, soprattutto ossido di zinco, ma non formulato in nanoparticelle o nebulizzato. I prodotti vanno applicati correttamente prima dell’esposizione solare (2 mg/cm2 di cute) e riapplicati ogni due ore dopo aver sudato, fatto il bagno o dopo sfregamento con abiti o sabbia. Sono da preferire prodotti privi di profumi, resistenti all’acqua, biodegradabili, con packaging eco sostenibile.
  • L’applicazione di filtri può dare una falsa sensazione di sicurezza che aumenta l’esposizione intenzionale al sole con i rischi connessi. La comparsa di eritema o bruciore cutaneo segnala che i limiti di esposizione sono stati superati.

In conclusione, la fotoprotezione in età pediatrica deve configurarsi come una strategia preventiva, personalizzata. Per questo motivo è essenziale costruire una vera e propria cultura della prevenzione, che coinvolga attivamente genitori, educatori e operatori sanitari. La formazione deve iniziare precocemente, attraverso il gioco, il racconto, il buon esempio e interventi educativi mirati. Solo in questo modo la fotoprotezione può diventare un’abitudine quotidiana, radicata nella consapevolezza dei più piccoli e delle loro famiglie.

Tratto dal numero 6/2026 di «Pediatria».