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I padri ritengono che l’allattamento sia un “compito genitoriale da condividere?”
A cura della dott.ssa Maria Clemente e del Tavolo Tecnico Allattamento SIP
Il coinvolgimento del padre è un fattore rilevante per il successo e la durata dell’allattamento al seno. Non sempre però è chiaro come i padri reagiscano all’idea dell’allattamento inteso come un “compito genitoriale condiviso”. Per esplorare questa dinamica, lo studio si è agganciato al progetto danese “Allattamento – Un buon inizio insieme”, iniziativa inserita in un sistema di visite domiciliari. L’idea di partenza era quella di individuare come possa attivarsi l’impegno del padre nel contesto familiare e sociale, con l’obiettivo di aumentare i tassi di allattamento esclusivo nei primi mesi di vita del bambino/a.
I ricercatori hanno incrociato i dati di tre municipalità danesi, combinando l’osservazione diretta sul campo durante visite a domicilio, attraverso nove interviste dedicate esclusivamente ai padri. Dal punto di vista teorico, la scelta è caduta sulla realist evaluation – che analizza come il Contesto e i Meccanismi influenzino il Risultato finale, arricchita dalla Standpoint Theory e della Gender Schema Theory. Queste ultime si sono rivelate fondamentali per decodificare le differenze sociali e il modo in cui gli uomini interiorizzano, spesso inconsciamente, i ruoli di genere.
I risultati mostrano che l’intervento sanitario ha una grande forza: riesce ad attivare nei padri la consapevolezza di quanto il loro ruolo sia cruciale per il successo dell’allattamento. Tuttavia, questa scintilla non scatta per tutti allo stesso modo. Dall’analisi emergono infatti tre dinamiche ben distinte, quasi tre identità paterne di fronte alla sfida.
1. Da un lato troviamo i padri che, di fatto, rifiutano l’intervento. Sono uomini che spesso provengono da contesti lavorativi manuali o esecutivi, radicati in comunità rurali tradizionali o con un background migratorio. Qui gli schemi appresi nell’infanzia sono ancora molto rigidi, il congedo di paternità non viene preso in considerazione e la separazione dei ruoli – la madre che accudisce, il padre che provvede al sostentamento – viene quasi naturale, giustificata da una sorta di determinismo biologico. In questo scenario, l’intervento non riesce ad innescare un cambiamento, traducendosi in silenzi o in una presenza puramente passiva durante le visite.
2. In una posizione intermedia si collocano i padri che potremmo definire “in risonanza”. Parliamo di uomini con un’istruzione secondaria o professionale, magari più maturi e con famiglie già numerose in contesti rurali. Loro mostrano un’ottima apertura ideale verso il modello del papà moderno e coinvolto, apprezzano il progetto e si sentono gratificati se durante gli incontri in gravidanza viene dato spazio alla figura maschile. Eppure, quando si passa alla pratica, il loro aiuto resta indiretto. Si fanno carico della casa, gestiscono i figli più grandi, ma lasciano l’allattamento vero e proprio esclusivamente nelle mani della madre, frenati da insicurezze o da vecchie abitudini familiari.
3. Infine, ci sono i padri completamente “attivati”. Identificano il profilo dei neopapà più giovani, al primo figlio, con un livello di istruzione alto e una vita in contesti urbani. Questo gruppo si muove perfettamente a suo agio nelle nuove narrazioni sulla paternità: pianifica lunghi congedi dal lavoro e vive in totale sintonia con la partner. Per loro l’allattamento è un gioco di squadra a tutti gli effetti. Vogliono imparare le posizioni giuste per l’attacco, monitorano la suzione, cercano un canale di comunicazione diretto con l’operatore sanitario e si attivano in prima persona se sorgono problemi concreti come ingorghi o principi di mastite.
Il livello di attivazione di un uomo dipende da un mix di disposizioni personali – come l’età, l’istruzione e l’etnia, ma anche dalle dinamiche di coppia, dalla salute della madre e, non ultimo, dalla cultura del luogo di lavoro che può favorire o ostacolare l’uso dei congedi. Anche gli strumenti dell’intervento fanno la loro parte, a partire dalla precocità delle visite fino all’uso dei materiali grafici.
In ultima analisi, lo studio ci permette alcune considerazioni. Spingere sull’allattamento unicamente come “compito condiviso” rischia di essere un modello normativo cucito su misura per la classe media, urbana e istruita, che rischia di ignorare le barriere economiche o le diverse eredità culturali di molte famiglie. Inoltre, bisogna fare i conti sia con le pressioni di un mercato del lavoro spesso rigido, sia con le dinamiche interne alla coppia, come il fenomeno del Maternal Gatekeeping, in cui è la madre stessa, a volte, a fare fatica a cedere lo scettro della cura e a limitare l’autonomia del partner con il neonato.
Conclusione:
I dati ci mostrano chiaramente che l’allattamento e il supporto del partner non sono semplici passaggi automatici o puramente biologici. Al contrario, si tratta di percorsi complessi e profondamente personali, in cui le inclinazioni di ciascuno si scontrano e si fondono con i condizionamenti della società in cui viviamo.
Proprio per questo emerge un invito rivolto a tutti i professionisti della salute: non si possono applicare formule pronte o strategie standardizzate. C’è bisogno, invece, di un cambio di passo verso interventi che siano davvero flessibili e inclusivi. Aiutare una nuova famiglia significa saperne leggere la storia e il background, trovando il modo giusto, sia a livello clinico che umano e comunicativo, di offrire il supporto adatto alle esigenze di quel nucleo familiare.
M. H. Jacobsen, A. K. Gadeberg, H. K. Rossau, I. M. S. Nilsson and S. Fredsted Villadsen. Archives of Public Health (2025), 83:299