Ma davvero la musica è responsabile della violenza?

Niccolò Parri
Pronto Soccorso Pediatrico Regionale e Trauma Center Aou Meyer Irccs, Firenze

Simone Lazzeri
Ortopedia e Traumatologia Pediatrica Ospedale Santa Chiara Trento

Tiziana Metitieri
Soc Neurologia, Aou Meyer Irccs, Firenze

Recentemente, in un video divulgato su Instagram, alcuni pediatri hanno preso posizione contro l’ascolto della musica rap/trap sostenendo che l’esposizione di bambini e adolescenti a certi tipi di brani musicali può esercitare un impatto negativo sul loro sviluppo emotivo e sociale, e che la violenza evocata nei testi o il perpetuarsi di stereotipi maschilisti possono diventare modelli interiorizzati e disponibili alla replicazione. Attraverso la contrapposizione con brani di autori diversi, il video si propone di stimolare la riflessione sull’importanza di selezionare con attenzione la musica a cui i bambini sono esposti, attraverso un ascolto consapevole e critico. Il video ha rapidamente riproposto un dibattito antico sulla possibile correlazione tra musica e comportamenti antisociali o, addirittura, criminali e, di conseguenza, sulle misure che eventualmente dovrebbero essere adottate per limitarne l’impatto.

Il ruolo dei media e del panico morale
La musica è stata spesso al centro di fenomeni di panico morale, ovvero di una condizione o evento in cui una persona o un gruppo di persone, in questo caso una nuova espressione culturale, viene indicata come una minaccia ai valori tradizionali. Accadde negli anni ‘50 con il rock ‘n’ roll, accusato di incitare alla promiscuità e al crimine e bollato da Frank Sinatra come “la musica più vile e pericolosa”, è accaduto più recentemente, tra gli altri generi, con l’hard rock e l’heavy metal, marchiati da sospetti di incitazione al satanismo e alla violenza, tanto che nel 1985 venne a costituirsi negli Stati Uniti il comitato Parents Music Resource Center (Pmrc) che, dopo una memorabile audizione al Senato degli Stati Uniti in cui Frank Zappa accusò i membri del Prmc “di voler eliminare la forfora tramite la decapitazione”, ottenne ad audizione ancora in corso, dalla Recording Industry Association of America, il consenso all’etichettatura “Parental Advisory” delle produzioni musicali, pur riservandosi di apporre l’avviso con potere discrezionale e in maniera generica. Più recentemente, e con il diffondersi delle nuove tecnologie, il dibattito si è esteso ai videogiochi e ai social media, anch’essi accusati di favorire comportamenti antisociali, benché in assenza di evidenza scientifica a supporto di tali affermazioni.

Analisi della letteratura: realtà o semplificazione?
Esiste una relativamente abbondante letteratura che ha cercato di dimostrare l’influenza negativa della musica sui giovani. Si vedano, ad esempio, gli studi di Kubrin su 403 canzoni rap che, pur evidenziando che nella maggior parte dei casi non si riscontravano testi francamente misogini, metteva parallelamente in luce la scarsità di rappresentazioni positive delle donne. Da questa analisi emergevano contestualmente tre fattori caratterizzanti i testi rap: il contesto socio-economico di provenienza degli artisti, gli interessi dell’industria musicale e la rappresentazione culturale della mascolinità dominante.
In generale, la ricerca condotta al fine di dimostrare la necessità di un controllo sulla musica si è rivelata metodologicamente debole e, sottoposta al vaglio di un’analisi critica, ha evidenziato campioni di indagine ridotti, strumenti di autovalutazione poco affidabili e pericolosi confondimenti tra correlazioni e causalità. Di fatto, due studi spesso citati a sostegno delle restrizioni da introdurre nell’ascolto della musica da parte dei giovani: lo studio di Coyne e Padilla-Walker, in cui si delinea un nesso di causalità tra ascolto di musica definita aggressiva e comportamenti futuri ma che non tiene conto della bidirezionalità delle correlazioni come risultato delle misure auto-riferite adottate dai ricercatori, e lo studio di Anderson, Carnagey e Eubanks, in cui gli autori dimostrano minime variazione nello stato di eccitamento degli ascoltatori dopo l’esposizione all’ascolto di brani con testi violenti, variazione verificate, di nuovo, utilizzando test d’indagine discutibili. Si riconosce peraltro agli stessi autori l’onestà circa la debolezza epistemica dei loro stessi risultati.
Ciò che, invece, sembrerebbe emergere da quanto detto, è che un certo tipo di allarme e di atteggiamento favorisca il “panico morale” e semplifichi il dibattito, spostando l’attenzione dalla possibile multifattorialità comprendente, tra gli altri, il contesto sociale, la volontà di denuncia, gli appetiti dell’industria discografica, alla mera censura dell’artista o del genere. Sempre che la correlazione esista davvero. Di fatto, nel 2017, l’American Academy of Pediatrics (Aap) ha ritirato il proprio statement sull’impatto negativo della musica e dei video sui comportamenti di bambini e adolescenti per mancanza di evidenze scientifiche conclusive.

Il ruolo dei fattori individuali e ambientali
Ciò che sempre con maggior forza sembra davvero emergere, è che il comportamento antisociale non può essere attribuibile esclusivamente o prevalentemente alla musica, ma è il risultato di molteplici fattori psicologici e sociali. Sono variabili come condizioni familiari, livello socioeconomico e accesso all’istruzione che influenzano la propensione alla criminalità. Chi cresce in contesti di povertà e violenza è più vulnerabile all’influenza della musica, che però assumerebbe il ruolo di valvola di sfogo emotivo o di rassicurazione. Sarebbe l’ambiente sociale, e non la musica, il fattore determinante nel comportamento criminale ed anzi sarebbero la stabilità emotiva e la predisposizione all’aggressività ad influenzare la reazione agli stimoli musicali, in una perfetta esemplificazione della catarsi aristotelica.

E quindi?
L’idea che la musica sia direttamente responsabile di diseducazione, violenza e comportamenti antisociali appare affermazione eccessivamente semplificata che surroga un fenomeno complesso e multidimensionale. La suggestione che alcuni generi musicali possano favorire l’insorgenza di desensibilizzazione o la normalizzazione di comportamenti indesiderati appare non giustificata da evidenze sufficienti, con assenza di chiare correlazioni e quindi, meno che mai, di causalità. Benché anche noi percepiamo certi testi oggi di moda come violenti, sessisti e, soprattutto, vuoti e insensati, pensiamo che non spetti ai medici allertare rispetto a pericoli di cui non si ha prova. La classe medica, in generale, dovrebbe attenersi ad una corretta informazione basata su evidenze replicate, evitando incursioni in campi che non sono di sua pertinenza. L’argomento, infatti, appare più consono all’indagine sociologica e psicologica e a un dibattito ampio e articolato, favorito da educatori e operatori culturali.
Per ciò che concerne la nostra riflessione come cittadini e genitori, attribuire alla musica la responsabilità della devianza ci appare rischioso da una parte, perché introduce il pericolo della censura dell’accettazione e diffusione di stereotipi fuorvianti, dall’altra, perché distoglie l’attenzione da altre ben più verosimilmente significative cause dell’insorgere dei comportamenti violenti, come il degrado, le disuguaglianze sociali e le carenze educative, anche e soprattutto familiari.

PubMed

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