Home » Uncategorized » Per una Medicina che si faccia umanità
Per una Medicina che si faccia umanità
Il saluto al Congresso di Don Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli
Carissime e carissimi Pediatri,
con profonda gratitudine e sincera vicinanza saluto tutti voi che prendete parte a questo significativo 80° Congresso Italiano di Pediatria, ospitato nella nostra amata Napoli. Una città che, pur attraversata da ferite e contraddizioni, continua a generare bellezza e speranza, soprattutto quando si prende cura dei suoi figli più piccoli. Essere pediatri oggi significa molto più che esercitare una professione. È farsi carico di una vocazione: quella di custodire la vita nascente, di accompagnare la fragilità, di restare accanto con intelligenza, competenza e cuore a chi non ha ancora voce per raccontare il proprio dolore. I bambini ci chiedono di fermarci, di ascoltare, di guardare più in profondità. Di restituire dignità alla cura e alla tenerezza, che non sono gesti deboli ma scelte forti, necessarie, urgenti.
Nel nostro tempo, la salute non può essere ridotta a un dato tecnico o clinico. Ha bisogno di uno sguardo integrale, capace di tenere insieme il corpo e la psiche, le relazioni e l’ambiente, la famiglia e il contesto sociale. Non possiamo prenderci cura davvero della salute dei bambini se non ci prendiamo a cuore anche il mondo in cui crescono: case segnate dalla precarietà, quartieri senza spazi di gioco, scuole che faticano a sostenere. La salute si costruisce nella prossimità, nella giustizia, nell’educazione condivisa.
Per questo, qui a Napoli, abbiamo voluto lanciare un Patto Educativo per la città, un’alleanza tra istituzioni, Chiesa, scuola, famiglie, associazioni e territorio. Un patto per mettere davvero i bambini e i ragazzi al centro, perché ogni bambino ha diritto a essere accompagnato, rispettato, amato. Anche la medicina, anche la pediatria, sono parte viva di questo patto: perché educare, in fondo, è un modo alto di prendersi cura.
Carissimi, a voi, che ogni giorno vi confrontate con le domande e le vulnerabilità dei più piccoli, desidero dire grazie. Ma desidero anche invitarvi a non smettere mai di testimoniare, dentro e fuori dagli ospedali, una medicina che non si limiti a guarire, ma che sappia farsi umanità: che accoglie, che ascolta, che si lascia toccare dalle storie e non dimentica mai che dietro ogni cartella clinica c’è un volto, una vita.
Nell’augurarvi tutto il bene possibile e manifestarvi tutta la mia vicinanza per il vostro lavoro di questi giorni, vi affido tre parole, come semi da custodire nella vostra quotidianità, come luce per i giorni di stanchezza, come memoria viva della vostra scelta umana e professionale:
- Cura, perché ogni gesto, anche il più semplice, può essere un atto d’amore. Non siate mai frettolosi nel toccare una fronte, nel guardare un bambino negli occhi, nel parlare con un genitore preoccupato. La cura è la grammatica della vostra professione, il suo cuore pulsante.
- Umanità, perché nessuna competenza tecnica potrà mai sostituire la presenza vera, lo sguardo che accoglie, la parola che consola. Portate la vostra scienza con umiltà e lasciate che la compassione sia la vostra forza più grande. La medicina, senza umanità, si svuota.
- Vocazione, perché non avete scelto solo un mestiere, ma una strada che vi chiede di essere testimoni del valore della vita, soprattutto quando è fragile, indifesa, nascente. Ricordate ogni giorno perché avete iniziato questo cammino: non perdete il fuoco, non perdete il senso.
Camminate con questi tre doni nel cuore: cura, umanità, vocazione. Vi saranno compagni fedeli, segni di una medicina che guarisce e che salva, perché si fa prossimità e amore.
E mentre custodite questi doni, lasciate che dentro di voi si fissi un’immagine. Non per farvi male, ma per ricordarvi perché avete scelto questa strada. L’immagine di una dottoressa, pediatra di Gaza, che mentre cura i feriti, vede arrivare in ospedale il marito… e poi un figlio… e poi viene a sapere dei nove figli, trovati uno dopo l’altro sotto le macerie, già senza vita. Una madre, un medico, spezzata in due dal dolore e dalla guerra, eppure ancora lì, tra le corsie, a curare, a non smettere di credere nella vita. Da quella scena, da quel volto, si alza un grido. Un grido che attraversa le macerie e i silenzi del mondo: un grido per Gaza, un grido contro la guerra, un grido per la cura, un grido per la difesa dei bambini, degli indifesi. Non possiamo tacere. Non possiamo essere indifferenti. E lo dico a voi perché il vostro lavoro è più di una professione: è un argine contro la barbarie, è una carezza in mezzo al caos, è un “no” detto forte a ogni logica di morte.
Continuate a camminare così, con mani competenti e cuori spalancati. Buon lavoro a tutti voi!